Copertina

Sulla soglia
dell'infinito

Sussidi liturgici

 

Uno sguardo alla Revisione

dell'Institutio Generalis Missalis Romani

del 2000

Testo originale latino        Documenti vari

 

Il giovedì Santo del 2000, Sua Santità Giovanni Paolo II approvò la revisione dell'Institutio Generalis Missalis Romani, popolarmente conosciuta come l'Istruzione Generale del Messale Romano. Questa nuova revisione sostituisce l'edizione del 1975 dell'Istitutio Generalis e si può ottenere in Latino dalla Stampa Vaticana, ed in inglese, in un'edizione di studio, dal Segretariato di Liturgia della Conferenza Nazionale di Vescovi Cattolici.

Innanzi tutto, è importante che si capisca che l'Institutio riveduta appare come un prolungamento diretto della Costituzione della Sacra Liturgia (Sacrosanctum Concilium) del Concilio Vaticano II, e dell'antica Istruzione Generale del Messale Romano (Institutio Generalis Missalis Romani) del 1975. Come questi due documenti iniziali, le prescrizioni della nuova Istitutio vanno visti come modi concreti di esprimere e sottolineare la natura e l'importanza della sacra liturgia nella vita della Chiesa (vedasi il paragrafo 5 della Sacrosanctum Concilium).

La struttura dell'Institutio, in generale, è uguale, anche se ci sono alcuni cambiamenti significativi. Si è aumentato il numero dei paragrafi da 340 a 399. Si è sviluppato un nono capitolo con materiale nuovo su "Gli Adattamenti che sono della competenza di Vescovi e delle Conferenze Episcopali" alla luce della Quarta Istruzione sulla Implementazione della Costituzione della Sacra Liturgia (29 marzo di 1994).

L'introduzione dell'Institutio (1-15) riassume i principi teologici e spirituali che poi vengono sviluppati. Questi paragrafi meritano un'attenzione particolare perché fanno vedere come questo documento sia un proseguimento organico della riforma liturgica dal Vaticano II, e contengono una percezione teologica importante sulla centralità dall'Eucaristia nella vita di fede.

Come nell'edizione anteriore dell'Institutio, il capitolo primo contiene una riflessione generale su "L'importanza e dignità della Celebrazione Eucaristica". Il secondo capitolo esamina la "Struttura della Messa, i suoi elementi e le sue parti". Il terzo capitolo ("Uffici e Ministeri nella celebrazione della Messa") appare diviso in tre sezioni, così come si trovano nell'edizione previa, e tratta degli Uffici e Ministeri dell'Ordine Sacro, Officio ed attuazione del Popolo di Dio, ed i Ministeri peculiari. Nella nuova edizione si è aggiunta una quarta parte, che tratta della "Distribuzione delle funzioni ed i preparativi per la celebrazione."

Il quarto capitolo ("Diverse Forme di Celebrare la Messa") è stato ristrutturato notevolmente. La prima sezione sulla "Messa celebrata con la partecipazione del popolo" è stata divisa in quattro parti: la "Messa senza un Diacono" (previamente, "Forma Tipica"); "Messa con un Diacono" (previamente, "Funzioni del Diacono"), "Funzioni dell'Accolito" e "Funzioni del Lettore". La terza parte (previamente, "La Messa celebrata senza partecipazione del popolo") attualmente si intitola "Messa nella quale assiste un Ministro".

Il capitolo quinto ("Disposizione ed ornamento delle chiese per la celebrazione Eucaristica") è stato diviso in tre parti: I. "Principi Generali", II. "Il Presbiterio: la sua destinazione per l'Assemblea Sacra" (inizialmente, "La Chiesa: la sua destinazione al servizio dell'Assemblea Sacra") e III. "La sistemazione della Chiesa". La struttura dei capitoli sei, sette e otto rimane sostanzialmente intatta.

In altri casi, si sono aggiunti vari paragrafi che raccolgono convenientemente qualsiasi informazione sulle rubriche, presente nell'Institutio, o nell'Ordinario della Messa. Per esempio, il numero 90 presenta un riassunto adeguato dei riti di conclusione.

Mentre gran parte della revisione della nuova edizione riguarda aspetti editoriali e stilistici, in modo che l'Institutio si presenti con chiarezza, si sono introdotti anche molti cambiamenti per chiarire o far risaltare il senso di qualche sezione particolare. Per esempio, si è aggiunto frequentemente l'aggettivo "sacro" a parole come ministri, celebrazioni, ostie, vesti liturgiche e gesti, per attuare l'esortazione che faceva la stessa Institutio che diceva “doversi evitare quello che non ha a che vedere con il sacro" (344). Allo stesso modo, si è aggiunto l'aggettivo "liturgico" alla parola "assemblea" quando il contesto della frase o preghiera l'esigeva.

Altri cambiamenti più sostanziali appaiono sotto i seguenti titoli: I. Vescovo, Sacerdote e Diacono; II. Ministri Secolari; III. Cambiamenti Rituali; IV. Arredi Sacri e V. Adattamenti.

 

I. Il Vescovo, il Sacerdote ed il Diacono

 

Si è aggiunto un paragrafo introduttivo (91) alla sezione che tratta dei ministeri liturgici per dare un punto di riferimento a quei ministeri che sono collegati con l'Eucaristia. L'Institutio ci ricorda che la celebrazione Eucaristica è l'azione di Cristo e della Chiesa, cioè, del "popolo santo radunato ed ordinato sotto il Vescovo". pertanto, la celebrazione Eucaristica appartiene a tutto il Corpo della Chiesa:

Detta celebrazione manifesta questo stesso Corpo e lo riguarda. In quanto ai membri singoli del Corpo, essi sono coinvolti nella celebrazione Eucaristica in modo diverso, a seconda del rango, dell’ufficio e del grado di partecipazione nell'Eucaristia. In questo modo, il popolo Cristiano, "stirpe eletta, sacerdozio reale, nazione santa, popolo di sua conquista" mostra la sua coesione ed il suo ordine gerarchico. Quindi, tutti, allo stesso modo, siano ministri ordinati o fedeli Cristiani, in virtù della loro funzione e del suo ufficio, devono partecipare solamente a quelle parti che corrispondono loro.

 

A. Il Vescovo

Il Vescovo si trova al centro di ogni celebrazione liturgica poiché "la celebrazione dell'Eucaristia nella chiesa particolare. . . è di somma importanza"(22). Le Messe che lui celebra col suo presbiterio, i suoi diaconi ed il suo popolo riflettono il mistero della Chiesa e devono essere un esempio per tutta la diocesi (22). Lui è il "primo dispensatore dei misteri. . . moderatore, promotore e custode" di "tutta la vita liturgica" della sua diocesi, e deve fare in modo che tutti "colgano profondamente il senso genuino dei testi e dei riti liturgici, e siano così condotti ad una celebrazione attiva e fruttifera dell'Eucaristia" (22).

Nell'Institutio riveduta appaiono due cambiamenti rituali che riguardano il vescovo. Il vescovo può scegliere l'opzione di benedire il popolo con l'Evangeliario dopo la proclamazione del vangelo (175). Inoltre, si sono aggiunte parole più specifiche all'intercessione per il vescovo nelle Preghiere Eucaristiche (149), includendo nello stesso tempo una nota che dice che se è appropriato pregare per il vescovo coadiutore ed i vescovi ausiliari, non vanno ricordati altri vescovi presenti.

 

B. Il Sacerdote

Poiché la celebrazione dell'Eucaristia è vista come la funzione principale del sacerdote (19) si raccomanda che ogni sacerdote "celebri giornalmente il sacrificio Eucaristico, quando gli sia possibile" (19). Ugualmente, quando è presente ad una Messa, il sacerdote deve partecipare vestito da concelebrante, a meno che non sia scusato per una buona ragione (114).

Quando si celebra la Messa senza la partecipazione del popolo, questa non va celebrata senza un ministro assistente "a meno che ci sia una causa giusta e ragionevole", nel qual caso tutti i saluti, i commenti e la benedizione finale della Messa si omettono"(254)

Comunque, il sacerdote, senza aggiungere, togliere o cambiare niente di sua iniziativa, può prendere decisioni riguardo alla preparazione della Messa (24) e avere "il diritto di fare tutto quello che a lui compete" (111). Per quanto riguarda la scelta di "canti liturgici, letture, preghiere, commenti introduttivi e gesti che corrispondano meglio alle necessità, grado di preparazione e mentalità dei partecipanti"... (24) si consiglia al sacerdote di considerare "il bene comune spirituale del popolo di Dio, piuttosto che di preoccuparsi delle sue inclinazioni" nel momento in cui sceglie tra le opzioni permesse nell'Ordinario della Messa (352).

L'Institutio amplia gli adattamenti permessi al sacerdote celebrante che, in generale, appaiono nell'Ordinario della Messa con la rubrica,... con queste o simili parole. Detti adattamenti hanno come obbiettivo quello di rendere le istruzioni durante la liturgia più comprensibili per i fedeli (31). Il sacerdote, tuttavia deve rispettare "sempre il senso dell'introduzione che il libro liturgico prevede, esprimendola solamente in termini brevi" (31). Pertanto, il sacerdote celebrante può fare una breve introduzione al rito introduttivo della Messa del giorno, alla Liturgia della Parola, ed alla Preghiera Eucaristica, e fare anche alcuni commenti prima del congedo (31).

 

Riti iniziali

Per quanto riguarda l'atto penitenziale si dichiara che la preghiera finale o assoluzione dell'atto "manca dell'efficacia del sacramento della penitenza" (51). Si raccomanda la pratica diffusa del canto del Gloria: il sacerdote intoni sempre questo inno di lode (53,68); l’inno può intonarlo anche un cantore o il coro (53).

 

Liturgia della Parola

La stesso Institutio ricorda ai sacerdoti concelebranti che, nella Messa concelebrata senza un diacono, è possibile ad un sacerdote concelebrante proclamare il vangelo. Davanti alla presenza del vescovo, il sacerdote sollecita e riceve la benedizione come il diacono (212). "Tuttavia, questo non si deve fare in una concelebrazione nella quale presiede un sacerdote " (212).

Alla spiegazione iniziale dell'Institutio sono state aggiunte varie affermazioni che indicano che l'omelia è un commento vivo della Parola di Dio, che deve essere "considerato come parte integrale dell'azione liturgica" (29). L'omelia deve farla il sacerdote che presiede, un sacerdote concelebrante, oppure un diacono, "ma mai un laico" (66). "In casi particolari e con una ragione legittima, l'omelia può farla un Vescovo o un sacerdote che sono presenti alla celebrazione ma che non possono concelebrare" (66). Le domeniche e i giorni di precetto ci deve essere omelia e, solamente per un motivo molto grave, si può sopprimere nelle Messe che si celebrano con assistenza del popolo (66). Il sacerdote può fare l'omelia in piedi "oppure dalla sede, oppure dall'ambone, o, quando sia opportuno, da un altro posto adeguato" (136).

Il sacerdote celebrante invita i fedeli a pregare e conclude queste preghiere alla sede. Fa l'invito con le mani unite e la preghiera conclusiva con le mani estese (138). Durante la presentazione dei doni, il sacerdote può pronunciare le formule stabilite ad alta voce, ma solo quando non si stia cantando un canto o si stia usando l'organo (142).

Solo il sacerdote deve pregare la Preghiera Eucaristica "in virtù della sua ordinazione", mentre l'assemblea dei fedeli si associa al sacerdote in una fede silente, come nelle acclamazioni previste nella Preghiera Eucaristica che sono le risposte al dialogo del Prefazio, il Sanctus, l'acclamazione dopo la consacrazione ed il grande Amen dopo la dossologia finale, ed altre acclamazioni approvate dalla Conferenza Episcopale e confermate dalla Santa Sede" (147). Il sacerdote è esortato a cantare tutte quelle parti della Preghiera Eucaristica provviste di musica (147).

Una descrizione sommamente ampliata del segno della pace appare nei numeri 82 e 154. In essi si descrive la pax come un rito "col quale i fedeli implorano la pace e l'unità per la Chiesa e per tutta la famiglia umana, e si offrono mutuamente un segno di Comunione ecclesiale e di carità prima di condividere il Sacramento" (82). Per evitare qualunque interruzione del rito, il sacerdote deve scambiare il segno della pace solamente con i ministri che stiano nel presbiterio (154). (Il modo di darsi la pace è lasciato alle singole Conferenze Episcopali. Anche per i fedeli, "è opportuno che ogni persona offra il segno della pace solamente a quelli che sono vicini e in un modo degno" (82). Mentre i membri dell'assemblea si danno il saluto della pace, possono dire: La pace del Signore sia sempre con te. La risposta è: Amen (154).

La sezione sulla Frazione del Pane si è ampliata notevolmente per significare che "condividendo uno stesso pane di vita che è Cristo, che morì e resuscitò per la salvezza del mondo, i fedeli diventano un solo corpo (1 Cor. 10, 17) ". Il rito è "riservato al sacerdote o al diacono"; non deve essere "prolungato eccessivamente né la sua importanza deve essere esagerata" (83). Pertanto, non si permette che i ministri straordinari facciano con il sacerdote celebrante la frazione del pane e riempiano i calici del Sangue di Cristo.

Si permette l'opzione di elevare l'ostia sul calice quando dice “Questo è l'Agnello di Dio (Ecce)”, mostrando all'assemblea entrambe le specie. Altrimenti, l'ostia deve essere mostrata sulla patena. Nell'Ecce non va mai mostrata l'ostia sola, sollevata in aria, (243, 157).

Si descrive con maggiori dettagli il modo in cui il sacerdote dà la benedizione finale. Dopo il saluto e la risposta, il sacerdote unisce le sue mani ed immediatamente colloca la mano sinistra sul petto, eleva la mano destra e dà la benedizione (167).

 

C. Il Diacono

Si è aggiunta una nuova sezione per descrivere il ministero del diacono che include una serie di compiti propri del diacono nella Messa assieme ad alcuni chiarimenti. Quando porta l'Evangeliario nella processione d’ingresso deve "elevare" leggermente il libro (172). Quando arriva all'altare con l'Evangeliario, non fa un inchino profondo, ma colloca immediatamente l'Evangeliario sull’altare, poi bacia congiuntamente l'altare col sacerdote (173). Quando non porta l'Evangeliario, il diacono fa la dovuta riverenza all'altare come di abitudine (173). Se si usa l'incenso in questo momento, il diacono assiste il sacerdote (173). Ugualmente, "proclama la lettura del Vangelo, a volte predica la Parola di Dio, proclama le intenzioni della preghiera universale, assiste il sacerdote, prepara l'altare e serve durante la celebrazione del sacrificio, distribuisce l'Eucaristia ai fedeli, specialmente sotto la specie del vino, e, di tanto in tanto, guida i fedeli riguardo ai gesti e alle posizioni" (94).

Quando è presente, il diacono deve esercitare la sua funzione (116) e deve essere considerato, dopo il sacerdote, come il primo dei ministri in forza della sua ordinazione (94). Benché la dalmatica sia il paramento proprio del diacono, si può non mettere "per qualche necessità o perché la celebrazione è di un grado minore" (338).

Sono stati forniti maggiori dettagli anche alla funzione del diacono nella proclamazione del Vangelo. Deve fare un'inclinazione profonda quando chiede la benedizione e quando prende l'Evangeliario dall'altare (175). È stata aggiunta anche una descrizione del gesto opzionale di baciare l'Evangeliario da parte del vescovo. In assenza di un lettore preparato, il diacono può proclamare le letture; fa anche le intenzioni dall'ambone" (177).

Durante la Preghiera Eucaristica il diacono "per regola generale" si inginocchia dall'epiclesi fino all'elevazione del calice (179). Durante il resto della Preghiera Eucaristica, il diacono rimane in piedi, vicino all'altare, quando la sua funzione include il calice ed il Messale. "Nonostante ciò, quando è possibile, il diacono rimane lontano dall'altare, ad un passo dietro i concelebranti" (215). Quando si usa l'incenso per l'elevazione dell'ostia e del calice, il diacono pone incenso nel turibolo e, in ginocchio, incensa il Santissimo Sacramento (179). In assenza del diacono, il paragrafo 150 prevede che sia un altro ministro ad esercitare il compito di incensare.

Al Rito della Pace il diacono fa l'invito con le mani unite (181). Subito dopo, riceve il segno della pace dal sacerdote e lo condivide coi ministri che stanno in piedi vicino a lui (181).

Nel rito di Comunione, il sacerdote dà la Comunione al diacono sotto le due specie (182). Quando si dà la Comunione sotto le due specie all'assemblea, il diacono lo fa col calice. Quando ha terminato di distribuire la Comunione, il diacono, all’altare, consuma con riverenza il Sangue di Cristo in eccedenza (182).

È stata fatta un’annotazione esplicita riguardo all’introduzione del diacono prima della benedizione solenne o della preghiera sul popolo: "Inchinatevi per ricevere la benedizione", così per il saluto finale, "La messa è finita, andate in pace" da fare con le mani giunte (185).

 

II. I Ministri Laici

Anche i ministri laici appaiono nella nuova Institutio. Devono vestire il camice o un altro paramento legittimamente approvato dalla Conferenza Episcopale (339). Scelti dal "il parroco o rettore della Chiesa", ricevono il loro ministero per mezzo di una benedizione liturgica o per incarico temporaneo (107).

 

I Ministri Straordinari dell’Eucaristia

I ministri straordinari della Comunione possono essere chiamati dal sacerdote solamente quando non ci sia il numero sufficiente di sacerdoti o diaconi (162). Prima di tutto, devono essere chiamati gli accoliti ordinati, poi quelli che sono stati delegati come ministri straordinari della Comunione, ed infine, quelli che sono stati delegati per quell'occasione (162).

L'Institutio descrive in dettaglio il modo in cui detti ministri straordinari della Comunione esercitano il loro ministero. Nella Messa, assistono solamente con la distribuzione della Sacra Comunione. I ministri straordinari della Comunione si avvicinano all'altare solamente dopo che il sacerdote ha ricevuto la Comunione(162) e ricevono sempre del sacerdote i vasi sacri che contengono il Santo Sacramento che devono distribuire (162). Tocca al sacerdote o il diacono la distribuzione delle ostie e del Prezioso Sangue nei vasi sacri.

Dopo la Comunione, il diacono consuma il vino consacrato che avanza, o in sua assenza, lo fa lo stesso sacerdote (163). Tanto il diacono, come il sacerdote, o l'accolito ordinato sono responsabili della purificazione dei vasi sacri immediatamente dopo la Messa (279). Non si è previsto che i ministri straordinari dell'Eucaristia purifichino i vasi sacri.

 

I Lettori

I compiti del lettore ordinato appaiono fissati in un modo specifico per lui e "solo lui deve esercitarli, benché siano presenti altri ministri ordinati" (99). Nell'assenza di un lettore ordinato, qualunque altra persona competente può proclamare le Scritture, purché si siano preparate adeguatamente (101). Vengono definite anche le funzioni del cerimoniere (106), dei musicisti (103), dei sagrestani (105), del commentatore (105), degli uscieri o ministri dell’accoglienza (105).

L'ampliazione delle funzioni proprie riguardanti la Parola di Dio ci fanno ricordare che, essendo il compito di proclamare le Sacre Scritture un ministero, e non un compito del celebrante, "le letture devono essere proclamate da un lettore, il Vangelo da un diacono, o da un sacerdote che non sia il celebrante" (59).

In assenza del diacono, il lettore, "usando il paramento adeguato, può portare l'Evangeliario leggermente elevato nella processione d’entrata (194). Arrivato al presbiterio, colloca l'Evangeliario sul altare e, dopo, si pone nel presbiterio insieme agli altri ministri (195). Non si porta comunque mai il Lezionario in processione.

Gli Accoliti

L'accolito è istituito con "funzioni speciali" (98) che lui solo deve compiere e che, idealmente, devono essere distribuiti tra altri accoliti (187). Se un accolito istituito è presente, faccia lui quello che è più importante, lasciando il resto agli altri ministri (187). Queste "funzioni speciali" appaiono dettagliate nei numeri 187-193, molte delle quali sono eseguite in assenza del diacono, ed includono l'incensazione del sacerdote e l'assemblea durante la preparazione dei doni (190), e l'offerta del calice a coloro che vanno a comunicarsi (191). A differenza degli altri ministri straordinari della Sacra Comunione, l'accolito istituito può aiutare il sacerdote o il diacono nella purificazione e sistemazione dei vasi sacri alla credenza (192). In assenza dell'accolito istituito, possono servire all'altare i ministri laici, assistendo il sacerdote o il diacono. Possono portare la croce, le candele, le ceneri, il turibolo, il pane, il vino e l'acqua" o servire come ministri straordinari della Comunione (100). Il Vescovo può stabilire altre norme che fissino la funzione di detti ministri dell'altare (107).

 

L’Assemblea

L'Institutio riveduta amplia in modo notevole la sezione riguardante i gesti e le posizioni corporali nella Messa che "permettono che tutta la celebrazione risplenda con dignità ed abbia una nobile semplicità, manifestando così il senso pieno e vero di ogni parte, favorendo contemporaneamente l'unanimità di tutti i partecipanti" (42). Pertanto, per il bene comune e spirituale del popolo di Dio, si deve prestare più attenzione a quello che è stato stabilito dalla legislazione liturgica e dalla pratica tradizionale del Rito Romano che a qualunque inclinazione personale o preferenza arbitraria. L'uniformità nella posizione che devono tenere tutti quelli che prendono parte alla celebrazione è un segno di unità dei membri della comunità Cristiana radunati per la Sacra Liturgia: esprime e favorisce contemporaneamente l'atteggiamento spirituale di tutti i partecipanti (42).

Di seguito, si descrivono dettagliatamente le posizioni dell'assemblea, come si faceva nell'Institutio precedente. Il nuovo documento, tuttavia, fa una serie di accomodamenti minori a queste indicazioni, aggiungendo alle eccezioni per le quali i fedeli possono rimanere in piedi durante la consacrazione (43)"per ragioni di salute" e sottolineando che quelli che rimangono in piedi "devono fare un inchino profondo quando il sacerdote fa la genuflessione dopo la consacrazione". Infine, la nuova Institutio segnala che "dove c’è abitudine che i fedeli rimangano in ginocchio dalla fine del Sanctus fino al termine della Preghiera Eucaristica, detta pratica deve essere favorevolmente conservata (43).

Due paragrafi definiscono il senso e la pratica di due gesti principali. La genuflessione "che si fa piegando il ginocchio destro fino al suolo", significa adorazione. Si fa genuflessione "al Santissimo Sacramento e alla Santa Croce, (dall'adorazione solenne della liturgia del venerdì Santo fino all’inizio della Veglia Pasquale)" (274). Il sacerdote fa tre genuflessioni nella Messa: dopo l'ostensione del pane consacrato, dopo l'ostensione del calice, e prima della Comunione. Come nell'Institutio precedente, i ministri fanno genuflessione giungendo ed allontanandosi dall'altare al principio e alla fine della Messa se il tabernacolo col Santo Sacramento è nel presbiterio, "ma non durante la celebrazione stessa della Messa" (274). "I ministri che portano la croce processionale o i ceri fanno un inchino con il capo invece della genuflessione" (274). L'inchino col capo è vista come un'espressione di riverenza e di onore verso "persone o rappresentanti di quelle persone" (275). L'Institutio riveduta fa riferimento a due tipi di inchini: l'inchino del corpo, o inchino profondo, e l'inchino del capo.

 

III. Cambiamenti nel Rito

 

A. La Liturgia della Parola

Sono stati aggiunti vari articoli della nuova introduzione riveduta del Lezionario della Messa, includendo il dovere di seguire strettamente l’elenco delle letture del giorno (357). Non è permesso sostituire le letture indicate nel Lezionario con altre letture non bibliche (57). La nuova Institutio proibisce la divisione delle letture in parti, eccetto quella della Passione del Signore (109). Nella celebrazione della Messa col popolo si proclamano sempre le letture dall'ambone (58). La nuovo Institutio raccomanda che si canti il Salmo Responsoriale (61). Se non si canta, va recitato nel modo più adeguato per la meditazione della parola di Dio (61).

L'Institutio presenta come finalità della professione di fede "il modo in cui l'assemblea intera risponde alla parola di Dio" e "richiama alla sua memoria, prima di incominciare la celebrazione del mistero della fede nell'Eucaristia, la norma della sua fede". (67). Allo stesso modo, la Preghiera Universale è vista come una risposta alla Parola di Dio da parte dei fedeli, "esercitando l’ufficio sacerdotale, pregano per la salvezza di tutti" (69). Alla descrizione precedente di questa preghiera, si aggiunge la raccomandazione che siano invocazioni brevi, composte con sapiente libertà, "pregando per le necessità della comunità intera" (71).

 

Il Silenzio

Un’ampliata sezione dell'Institutio è dedicata al silenzio. Si sottolinea che, "prima di cominciare la celebrazione, è lodevole osservare il silenzio in chiesa, in sacrestia e nei suoi dintorni, perché tutti si dispongano ai riti, così da cominciare, in un modo degno ed appropriato" (45). Consiglia che si deve celebrare la Liturgia della Parola nel modo più adeguato per la meditazione" (56). l'Institutio rimarca fortemente che si deve evitare "ogni tipo di fretta che ostacola il raccoglimento" e richiede brevi momenti di silenzio durante la liturgia, specialmente dopo le letture e al termine dell'omelia, perché la Parola di Dio sia accolta interiormente dall’assemblea con l'aiuto dello Spirito Santo" (56).

 

La Musica

Facendo eco all'introduzione dell'edizione del 1975 che raccomanda e concettualizza la musica sacra dentro la Messa (40), la nuovo Institutio ci dice che le norme liturgiche richiedono che le celebrazioni domenicali e dei giorni di precetto devono includere la musica. Ma ci consiglia il canto anche nelle liturgie dei giorni feriali (40). Sottolinea ancora il posto privilegiato che ha il canto Gregoriano come "proprio della liturgia romana". Non dovrebbero essere esclusi i diversi stili di musica sacra, come la polifonia, che corrispondono al colto liturgico e favoriscono la partecipazione di tutti i presenti" (41).

La nuovo Institutio indica la preferenza del canto delle parti della Messa con la frase "o cantato o recitato" riferendosi alla Professione di fede (137), all'Agnello di Dio (155), al Prefazio (216), al Kyrie (125) e al Gloria (126). Non è permessa la sostituzione di canti o inni per l'Agnello di Dio o altre parti della Messa (366). Infine, include le istruzioni specifiche per l'uso dell'organo durante l'Avvento (con moderazione) e la Quaresima (permesso per accompagnare i canti) (313).

 

B. La Liturgia dell'Eucaristia

Le sezioni dell'Institutio che parlano del modo di ricevere la Comunione da parte dei fedeli durante la messa sono state ampliate. In esse, per esempio, si dice che "anche i fedeli, come il sacerdote, devono fare la comunione con le ostie consacrate durante la stessa messa" (85), che va fatto il canto dell’antifona alla Comunione "da parte della schola o da essa con i fedeli" (87) e che ci si preoccupi di rendere agevole il ricevimento della Comunione da parte dei cantori (86).

 

La Comunione sotto le due specie

Alla luce dello sviluppo significativo della pratica di ricevere la Comunione sotto le due specie, la nuovo Institutio ha ristrutturato ed ampliato questa sezione. Oltre alle occasioni menzionati nei rituali, è possibile ricevere la Comunione sotto le due specie nelle seguenti situazioni:

a. ai sacerdoti che non possano celebrare o concelebrare;

b. al diacono o altri che esercitano la stessa funzione durante la Messa;

c. ai membri della comunità religiosa nella Messa conventuale, o nella “Messa della comunità” per i seminaristi, e per tutti quelli che fanno gli esercizi spirituali o che partecipano ad una conferenza spirituale o pastorale, (283).

Inoltre, il vescovo può stabilire norme per la distribuzione della Comunione sotto le due specie per la sua diocesi "che vanno osservate anche nelle chiese delle comunità religiose come nelle celebrazioni con piccoli gruppi" (283). L'Ordinario ha la più ampia autorità di concedere la facoltà di comunicare sotto le due specie quando il parroco di una comunità lo ritenga opportuno, l’importante è che i fedeli abbiano ricevuto l'istruzione necessaria, in modo da non profanare mai l’Eucaristia. È da evitare quando il numero di persone che comunicano è molto grande o per qualche altra ragione". Le norme stabilite dalla Conferenza Episcopale relativamente alla distribuzione della Comunione ai fedeli hanno bisogno dell’approvazione della Sede Apostolica (283).

La Purificazione dei Vasi sacri

Il documento presenta vari cambiamenti riguardo alla purificazione dei vasi sacri. Quello che rimane del Sangue del Signore lo assume il sacerdote, il diacono o l’accolito ordinato che serve da ministro del calice (284b, 279). I vasi vengono messi sulla credenza o su un corporale e purificati dopo la Messa dal sacerdote, o dal diacono, o da uno dei concelebranti, o un diacono ordinato (163, 279). Il ministro straordinario dell'Eucaristia non è assolutamente compreso nella lista delle persone che possono purificare i vasi sacri.

In ogni Messa, la Comunione è offerta sotto la forma del pane consacrato, (284c). Bisogna fare attenzione perché non rimanga un'eccedenza del Sangue del Signore dopo la Comunione. Nello stesso tempo, si offrono istruzioni più dettagliate sul procedimento riguardo alla Comunione sotto le due specie per intinzione (285b).

Si descrive e raccomanda l'uso del "sacrarium", dove si versa l'acqua usata per la purificazione dei vasi sacri e della biancheria dell’altare (334), che è stato menzionato brevemente nei documenti liturgici anteriori.

 

IV. Gli oggetti destinati all'uso della chiesa

 

Il presbiterio è definito come “il luogo dove è situato l'altare, si proclama la Parola di Dio, ed il sacerdote, il diacono e gli altri ministri esercitano le loro funzioni” (295).

 

L'Altare

Come regola generale, ogni Chiesa deve avere un altare maggiore, fisso e consacrato (303) "il che vuol dire, per l'assemblea, che c'è un solo Signore ed una sola Eucaristia nella Chiesa" (303) e che “rappresenta Gesù Cristo, la Pietra Viva” (1 Pietro 2,4; vedesi Ef.2,20) in modo più chiaro e permanente (298) di un altare mobile.

L'Institutio ammette, tuttavia, che esistono dei casi nei quali sono impossibili delle modifiche in questa direzione, in quanto esiste un altare fisso che non si può rimuovere senza compromettere il valore artistico del tempio, ed "è collocato in modo tale da rendere difficile la partecipazione dell'assemblea" (303). In tale caso, si costruisce un altro altare fisso e consacrato. L'antico altare non si adorna in modo particolare e la liturgia si celebra solamente sul nuovo altare fisso (303).

Si aggiunge una paragrafo addizionale nel quale si indica che sull’altare si usano solamente ciò che è indicato in una lista dei requisiti per la celebrazione della Santa Messa (306). I fiori si sistemano, con moderazione e senza troppa ostentazione, attorno, mai sull’altare. Il paragrafo, spiegando la collocazione dei fiori, ricorda, anche, che si proibiscono i fiori durante la Quaresima, eccetto nella quarta domenica di quaresima, in una solennità e giorni di festa. Ugualmente, ci sia una certa moderazione anche nel tempo d’Avvento quando i fiori attorno all'altare indicano "il carattere del tempo, ma che non devono anticipare il godimento pieno del Natale" (305).

 

La Croce dell'Altare

Benché l'Institutio precedente si riferisse solo alla croce dell'altare o alla croce processionale, la revisione dell'Institutio parla sempre di " croce con la figura di Cristo crocifisso" (308,122). Questa croce, "posta o sull’altare stesso o al lato, deve essere chiaramente visibile non suolo durante la liturgia, ma in ogni momento, ricordando “a tutti i fedeli la passione salvifica del Signore [e] rimane[ndo] accanto all'altare anche fuori delle celebrazioni liturgiche" (308).

 

L'Ambone

Alle indicazioni precedenti dell'ambone si aggiunge l'osservazione che "la dignità dell'ambone richiede che solo un ministro della parola deve accostarsi" (309). Così pure, le letture vanno proclamate dall’ambone il più frequentemente possibile.

 

La sede del sacerdote celebrante e le altre sedi

La nuova Institutio ripete la frase dell'edizione del 1975 che "il posto migliore per la sede è in una posizione presidenziale della chiesa" (310). All’elenco precedente di eccezioni si aggiunge anche la situazione nella quale il tabernacolo è posto in una posizione centrale dietro l'altare" (310). Si aggiunge pure, a questa sezione, la disposizione delle sedie o panche per il ministro che presiede, per i sacerdoti concelebranti e per i presenti in coro (310), e del diacono (accanto a quella del celebrante). Le sedie per gli altri ministri devono essere "poste convenientemente nel luogo adatto all'esercizio dei loro rispettivi compiti" ma "si capisca che sono chiaramente parte dell'assemblea e non del clero" (310).

 

Il Tabernacolo

La sezione che parla del posto della Riserva del Santissimo è stata adattata ed ampliata. (314-317) Inizia ricordando l'istruzione Eucharisticum Mysterium 54, con la dichiarazione generale che "il Santissimo deve essere posto nel tabernacolo in una parte della chiesa che sia nobile, degna, ben in vista, ben ornata e adatta per la preghiera" (314). Si ripetono i seguenti requisiti, indicati in sintesi nell'Institutio precedente: in ogni chiesa non ci sarà più di un tabernacolo fisso, solido, inviolabile, chiuso con chiave e non trasparente.

Il paragrafo sulla collocazione del tabernacolo inizia con una citazione dell'Eucharisticum Mysterium 55, nella quale si dice che "il tabernacolo nel quale è conservato il Santissimo non deve essere collocatolo sull’altare, poiché questo è il luogo della celebrazione della Messa" (315). Di seguito viene detto che la collocazione del tabernacolo rimane sotto il giudizio del vescovo diocesano" (315). Può essere collocatolo:

a. o nella chiesa, via dall'altare della celebrazione, in una parte particolarmente nobile della chiesa senza escludere l’antico altar maggiore che non si usa per la celebrazione;

b. o in una cappella a parte adatta per l'adorazione e la preghiera privata dei fedeli, ma unito alla chiesa e visibile ai fedeli.

Vicino ad esso arda costantemente una lampada (316). Si raccomanda poi che non venga trascurata nessuna delle norme del diritto canonico che riguardano la collocazione del Santissimo (317).

 

I vasi sacri

Sono stati adattati i paragrafi sui vasi sacri (327-333), dando una maggiore enfasi al loro carattere sacro, in quanto "chiaramente distinti dai (bicchieri) di uso quotidiano" (332). Questi oggetti sono centrali nella celebrazione eucaristica perché in essi "il pane e vino sono offerti, consacrati e consumati" (327). Devono essere fatti di "metallo nobile" (328). In genere i vasi sacri di metallo, abbiano la parte interiore dorata, nel caso in cui il metallo sia ossidabile; se non sono fatti di materiale inossidabile o di oro nobile, richiedono un bagno d’oro (328). Si possono usare altri materiali solidi che sono considerati nobili secondo la stima comune del luogo. Riguardo a questo tema si pronunzierà la Conferenza Episcopale con l’approvazione della Sede Apostolica. Si dà la preferenza a tutti i materiali infrangibili ed incorruttibili (328).

 

Le Immagini Sacre

Si aggiunge un paragrafo introduttivo nuovo alla sezione delle immagini, collocando il suo uso in una cornice escatologica.

Nella liturgia terrena la Chiesa pregusta la liturgia celeste che si celebra nella città santa, Gerusalemme, verso la quale ella tende come un pellegrino, e dove Cristo è seduto alla destra del Padre. Così, venerando la memoria dei santi, la Chiesa spera di entrare a far parte della loro compagnia (318).

Segue una spiegazione ampia su dove collocare le "immagini del Signore, della Vergine Maria e dei santi", che vanno esposte in luoghi sacri per la venerazione dei fedeli, e sistemati in modo tale da essere guida, per i fedeli, ai misteri della fede che lì si celebrano (318). Rimangono le avvertenze del documento precedente riguardo al numero limitato e alla collocazione delle immagini nel tempio; si proibisce "in generale" la loro duplicazione.

 

Il Pane per la Celebrazione dell'Eucaristia

Il paragrafo sulla composizione del pane per l'Eucaristia riprende il canone 924, con l'aggiunta dei requisiti che il pane deve essere di grano cotto al forno (320).

 

L'Incenso

La spiegazione dell'incenso nella nuovo Institutio è ampliata. Dice così: "L’incensazione è un'espressione di riverenza e di preghiera come dice la Sacra Scrittura (cf. Sal 140,2; Apoc 8,3, (276). Mettendo l'incenso nell'incensiere, il sacerdote benedice l'incenso col segno della croce in silenzio (277) e fa una riverenza profonda prima e dopo avere incensato la persona o l’oggetto (277).

 

La Benedizione degli oggetti sacri

C'è un’enfasi maggiore in tutta l'Institutio riveduta riguardo all'attenzione per tutte le cose di uso liturgico. Questo include tutti gli oggetti che fanno riferimento con l'altare (350) e i libri liturgici, che vanno trattati con "riverenza, all’interno dell'azione liturgica, come segni e simboli del soprannaturale, e devono mantenere la loro vera dignità, bellezza e distinzione" (350). Per questo, il tabernacolo (314), l'organo, (313), l'ambone (319), la sede presidenziale (310), i paramenti sacri dei sacerdoti, diaconi e ministri laici (335), gli oggetti sacri (335) e tutto quanto è destinato all'uso liturgico deve ricevere la benedizione richiesta.

 

V. Gli adattamenti e l'inculturazione

 

Il capitolo nono dell'Institutio Generalis è un riassunto degli "adattamenti che rientrano nella competenza dei vescovi e delle Conferenze Episcopali". Gli adattamenti, nella liturgia, sono visti come una risposta all’invito del Concilio di favorire la partecipazione piena, cosciente, ed attiva che esige la natura della liturgia stessa e alla quale ha diritto ed obbligo, in virtù del battesimo, il popolo cristiano" (386). Così, certi "accomodamenti ed adattamenti" sono stati affidati "al giudizio o del vescovo diocesano o della Conferenza Episcopale".

È quindi affermato il ruolo del vescovo diocesano, in quanto da lui deriva e dipende “in un certo senso la vita in Cristo dei fedeli” (387). Per questo, deve "appoggiare, governare e vegliare sulla vita liturgica nella sua diocesi" (387). Assieme al compito principale di nutrire tutti con lo spirito della sacra liturgia, l'Institutio gli assegna le quattro azioni seguenti per adattare la liturgia alla vita della sua diocesi:

1. governare la disciplina della celebrazione;

2. stabilire le norme per i chierichetti;

3. stabilire le norme per la distribuzione della Santa Comunione sotto le due specie;

4. stabilire le norme per la costruzione e la sistemazione delle chiese.

Altri compiti di adattamento rientrano nei compiti della Conferenza Episcopale:

1. preparare ed approvare un'edizione completa del Messale Romano in lingua vernacola e presentarla per la sua approvazione alla Sede Apostolica (389);

2. definire, con la recognitio della Sede Apostolica, quegli adattamenti al Messale Romano indicate nell'Institutio (390) quali:

a. i gesti e gli atteggiamenti dell'assemblea;

b. i gesti e la venerazione dell'altare e dell'Evangeliario;

c. i testi dei vari canti;

d. le letture della Sacra Scrittura per circostanze speciali;

e. il modo del Rito della Pace;

f. il modo di distribuire la Santa Comunione;

g. la materia dell'altare e dei mobili sacri, specialmente degli oggetti sacri e, la materia, forma e colore delle vesti liturgiche;

h. l'inclusione nel Messale delle Direttive o Istruzioni Pastorali; (390)

 

3. preparare accuratamente le traduzioni bibliche per l'uso nella Messa, in un linguaggio "che sia adattato alle capacità dei parrocchiani e che sia appropriato per la proclamazione pubblica, pur mantenendo quelle caratteristiche che appartengono ai modi diversi di parlare impiegati nei libri biblici" (391);

4. preparare traduzioni di altri testi liturgici "in modo tale che, rispettando la natura di ogni lingua, il senso del testo originale in latino sia fedelmente e pienamente presentato. Facendo questo, è bene ricordare i diversi generi letterari usati nel Messale, come le preghiere presidenziali, le antifone, acclamazioni, risposte, litanie, eccetera" (392). Non va annullata la dimensione proclamatoria di tali testi, perché questi testi sono destinati ad "essere letti ad alta voce o cantati durante la celebrazione" (392). Il linguaggio deve essere adatto ai fedeli, ma deve essere "comunque nobile e segnato da un’alta qualità letteraria" (392).

5. approvare le melodie appropriate per la Messa e giudicare se certe "forme musicali, melodie, e strumenti musicali si possano ammettere al culto divino, sempre che siano adatte o possano adattarsi all'uso sacro" (393).

6. preparare un calendario liturgico per tutto il paese per l'approvazione della Sede Apostolica. In tali calendari non vengano anteposte altre celebrazioni a quelle universali, a meno che siano davvero di somma importanza", in quanto l'anno liturgico non deve essere oscurato da elementi secondari (394). Nello stesso modo "ogni diocesi deve avere un suo calendario e un Proprio delle Messe"(394).

7. proporre "variazioni e adattamenti più profondi della Liturgia" per facilitare la partecipazione ed il bene spirituale del popolo in ragione delle sue tradizioni e mentalità, in accordo con l'articolo 40 della Costituzione sulla Sacra Liturgia" (395). Vengono indicati una serie di passi che bisogna seguire in queste proposte, in accordo con l'istruzione della Sede Apostolica "Inculturazione e Liturgia Romana" (395). L'Institutio si riferisce alla necessità indispensabile di istruire tanto i fedeli come il clero in un modo saggio e degno di fede" (396) perché siano in grado di accogliere tali adattamenti.

L'Institutio afferma che ogni Chiesa particolare deve essere " in Comunione con la Chiesa universale non solo nella dottrina della fede e nei segni sacramentali, ma anche negli usi ricevuti universalmente dall’ininterrotta tradizione apostolica" (397). Questi usi si mantengono non solamente per evitare gli errori, ma anche per trasmettere la fede nella sua integrità" (397).

L'Institutio termina parlando di quella "parte nobile e preziosa del tesoro liturgico e del ricco patrimonio della Chiesa Cattolica" che è il Rito Romano, notando che qualunque limitazione di questo tesoro porterà un grave danno alla Chiesa universale.

Durante i secoli, il Rito Romano non solo "conservò gli usi liturgici le cui origini furono la città di Roma, ma anche, in modo profondo, organico ed armonioso, ha incorporato a sé altri usi. Ha acquisito così un carattere 'sopraregionale'"(397). L'identità come l'unità del Rito Romano si esprimono oggi nelle edizioni tipiche in Latino e nelle edizioni in lingua vernacola, promosse e approvate, che derivano da esse (397).

Per questo, l'Institutio insiste che non si introducano innovazioni nella liturgia "se questo non è richiesto da una necessità vera e certa della Chiesa, e solo dopo aver avuto la precauzione che le nuove forme si sviluppino in modo organico a partire da quelle già esistenti. "Intesa così, l'inculturazione va fatta con il dovuto tempo, per evitare i fenomeni di rifiuto o di esasperazione nei confronti delle forme antiche" (398). L'inculturazione non pretende di formare nuovi riti. Le innovazioni promosse non devono essere "contro il carattere proprio del Rito Romano" (398). L'Institutio finisce con la seguente descrizione sintetica del Messale Romano: "Il Messale Romano, deve essere uno strumento specifico che testimoni e conformi l’unità del Rito Romano nella diversità di lingue e culture ".

[inizio documento]