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Sulla soglia
dell'infinito

Sussidi liturgici

 

IL VANGELO DI MARCO (7)

[Indice]

 

«LASCIATE CHE I BAMBINI VENGANO A ME»

L'evangelista colloca l'incontro di Gesù con i bambini (Marco 10, 13-16) «sulla strada» che conduce a Gerusalemme, alla croce (10, 17.32). Il rifiuto dei discepoli rivela la loro incomprensione della logica che guida la vita di Gesù: Dio e il suo Regno non possono essere compresi in un'ottica di conquista o di ricompensa ma solo di dono e di gratuità

a cura di ARCANGELO BAGNI

 

Il testo inizia presentandoci degli adulti che prendono un'iniziativa che riguarda i bambini; quando Gesù interviene, al centro non stanno più le attese e i progetti degli adulti ma l'azione libera di Gesù a vantaggio dei bambini. I discepoli si oppongono a quanti vogliono fare accedere i bambini a Gesù. Per questo essi «li sgridavano».

Il verbo usato è molto forte. Altrove, in Marco, esso caratterizza l'intervento di Gesù che si impone a uno spirito impuro minacciandolo (1, 25); viene usato per descrivere la reazione di rimprovero fatta da Gesù a Pietro (8,30) o l'atteggiamento di quanti cercano di far tacere il cieco Bartimeo (10, 48). L'agire dei discepoli crea come una barriera tra Gesù e i bambini. Constatando questa opposizione-incomprensione dei discepoli, Gesù si indigna: atteggiamento che svela la incapacità dei discepoli di valutare correttamente quanto sta accadendo. Il modo di valutare la realtà da parte dei discepoli è opposto a quello di Dio che, in Gesù, fa spazio e accoglie i bambini. Gesù sembra assistere («avendo visto») al comportamento dei discepoli e ad esso reagisce contrapponendo la sua parola autorevole. Egli si indigna con i discepoli (e non con gli altri, indistintamente) perché impediscono ai bambini di andare da lui. Gesù non chiama i bambini, non domanda che gli vengano portati. Afferma categoricamente: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite».

UNA PAROLA AUTOREVOLE

Nelle parole di Gesù è affermato un nesso strettissimo tra i bambini (e coloro che sono tali) da una parte e il Regno di Dio dall'altra. I bambini hanno una titolarità che li rende idonei ad usufruire di tutte le manifestazioni del potere regale di Dio. Non solo i bambini - e quanti sono tali - possiedono il regno di Dio; essi diventano, allo stesso tempo, dei «prototipi»: unicamente coloro che accolgono il Regno come un bambini possono entrare in esso.

Nel vangelo di Marco, il termine «bambino» indica chi, proprio perché tale, non può fare niente da sé ma lascia fare agli altri poiché da essi radicalmente dipende (5, 39; 7,28; 9,24.36). Il bambino dice riferimento a una vita sotto il segno del bisogno, della necessità, della dipendenza. Allora le parole di Gesù ci fanno pensare alle Beatitudini: «Beati voi poveri, perché di voi è il regno di Dio. Beati voi che avete fame, perché (da Dio) sarete saziati» (Lc 6, 2021); ancora: «Beati quelli che piangono, perché saranno consolati» (Mt 5,3; Lc 6, 21).

La ragione per cui il Regno appartiene ai bambini non va cercata nelle loro disposizioni: non c'è nessun merito nell'essere un bambino, così come non c'è alcun merito nell'essere povero, affamato, sofferente. Se Gesù dichiara che il Regno di Dio appartiene a tutti quelli che sono sfavoriti (poveri, affamati, afflitti, bambini...) è perché Dio giudica così la realtà e verso di queste persone svela la sua regalità che si manifesta come amore sovrano proprio nella misura in cui fa giustizia agli oppressi e agli ultimi: «Il Signore rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati. Il Signore libera i prigionieri, rialza chi è caduto» (Sal 146, 7-8).

La prima parola di Gesù («Il regno di Dio è di questi tali») è un pressante invito rivolto ai discepoli perché facciano propria la logica di vita di quelli che nulla contano, nulla possono e che tutto hanno da ricevere come dono. Solo così diventa possibile seguire e comprendere Gesù nell'attuazione del Regno di Dio attraverso la via della croce.

La seconda parola di Gesù prolunga la prima sotto forma di avvertimento («In verità vi dico...») ed è rivolta non più solo ai discepoli ma a tutti («Chi non accoglierà...»). Gesù invita ad accogliere il Regno come se uno fosse un bambino. E la sola dimensione possibile per accogliere è quella di chi non può far valere niente, ma tutto riceve. Dio e il suo Regno non possono essere compresi in un'ottica di conquista o di ricompensa ma solo di dono e di gratuità.

 

UNA CONCRETA MANIFESTAZIONE DELL'AMORE DI DIO

NON UN SEMPLICE EPISODIO: È IN GIOCO UNO STILE DI VITA

Il racconto termina narrando una concreta manifestazione dell'amore di Dio. Meritano attenzione i verbi che descrivono l'agire di Gesù.

I primi due («avendoli abbracciati» e «ponendo le mani su di loro») indicano la prossimità di Gesù ai bambini. Il terzo verbo esprime ciò che avviene quando gli uomini si lasciano raggiungere dall'amore di Gesù: egli benedice, comunica il dono che Dio fa di se stesso. L'azione principale sottolineata è la benedizione.

Le tre forme verbali usate (imperfetto, participio, presente) richiamano il ripetersi dell'intensità dell'azione: Gesù ha tempo per i bambini e ad essi svela il suo amore.

Non siamo dunque di fronte ad un semplice episodio; esso, piuttosto, ci svela uno stile di vita, un preciso modo di rapportarsi al senso della storia quotidiana letta con le categorie del Regno. In Gesù il Regno si fa concretamente prossimo a quanti non sono ritenuti degni di esso.

Tutto ciò crea scandalo ma è anche e soprattutto rivelazione. Scandalo, perché l'agire di Gesù contesta alla radice la logica mondana (che è logica di possesso e di autoconservazione e che si aspetterebbe un Messia in questa linea); rivelazione, perché ai credenti viene offerta non solo una chiave di lettura della storia ma anche la logica con la quale vivere in essa e manifestare a tutti la potenza della gratuità del Regno già operante.

Il bambino diventa simbolo di chi nulla può pretendere ma tutto deve attendere da altri. Prendendo le mosse da qui, è chiaro perché il regno di Dio è assegnato ai bambini e appartiene a loro: i bambini possono dire «abba» e lo dicono nelle loro preghiere. Gli adulti non lo dicono più e devono reimpararlo, perché si può ricevere il regno di Dio solo come fa un bambino.

Non si può «guadagnare» il Regno ed organizzarlo con le proprie forze; occorre invece rapportarsi ad esso con la logica del dono, con la logica – appunto - del bambino. Le parole di Gesù non sono una difesa degli adulti che portano i bambini, ma dei bambini che non possono contare su di nulla. Non è in gioco qui la loro innocenza o la loro purezza. Una cosa appare chiara: i bambini non sono neanche in grado di difendersi dall'eccesso di zelo dei discepoli. Proprio per questo essi sono beati: nulla hanno da mettere avanti, nulla hanno da rivendicare, nessuna opera da vantare all'attivo; essi sono simili alla mano vuota del mendicante (Mc 10, 46 ss).

Gesù, però, estende la promessa del Regno a tutti e, con un'autorità quale soltanto Dio ha, apre il Regno di Dio a quelli la cui fede è simile a questa mano vuota di mendicante, perché nessuna opera loro e nessuna concezione religiosa si frappone tra loro e Dio (cf Mt 11, 25; 21, 15 ss).

Per questa ragione nel nostro testo si parla solo di «ricevere» il Regno o di «entrare in esso» e non di edificarlo o di imporlo. Non chiede di «fare i bambini» quando non si è più tali. I bambini che i discepoli respingono non stanno per ricevere qualcosa; sono, invece, in attesa di essere accolti da Gesù. Essi sono coloro che nulla contano, sono i «piccoli» della tradizione biblica, quanti si trovano quotidianamente e concretamente in dipendenza dagli altri. Essi sono il simbolo della gratuità ricevuta e donata. Così dovrebbe essere di ogni uomo del Regno: egli è invitato a ricevere o, piuttosto, ad accoglierlo lasciandosi da esso ridefinire nel pensare e nell'agire.

 

APPROFONDIMENTO

UN'ACCOGLIENZA CHE RIVELA DONO E GRATUITÀ

Innanzitutto, la figura del bambino. Essa è simbolo del povero, di chi non conta, di chi non può avanzare opere o meriti. Secondo i discepoli, il Messia non dovrebbe perdere tempo con simili persone. Eppure Gesù, contestando la «teologia» dei discepoli, accoglie e impone le mani proprio a quelle persone che sono ritenute non degne. Un simile agire interpella il discepolo a un duplice livello. Il primo, riguarda Dio e la sua salvezza: la forza del regno di Dio si fonda sulla debolezza della logica del dono e della gratuità e non su quella della conquista e delle opere. Per questo Dio sceglie chi non conta agli occhi del mondo. Il secondo, riguarda il discepolo. Forse anche il discepolo è tentato di stabilire chi deve o non deve avere accesso a Gesù. Egli corre così il rischio di catturare Dio e la sua azione dentro la sua teologia e non di metterla in discussione alla luce delle parole e dei gesti di Gesù.

Significativo, poi, è il rilevare come la conclusione del racconto non risponda alle attese dei primi personaggi. All'inizio, alcuni vogliono che Gesù tocchi i bambini; alla fine, Gesù fa molto di più: li abbraccia, li benedice ponendo su di essi le sue mani. L'indicazione è provocante: il Dio di Gesù supera di gran lunga quello che l'uomo vorrebbe che Dio facesse per lui. Dio è fedele alla propria identità non alla attese o speranze degli uomini. Le accoglie, certamente. Ma le trasforma e le apre su dimensioni radicalmente nuove. Un invito, allora, rivolto al discepolo perché comprenda come è fatto il modo di pensare e di agire di Dio e di comportarsi di conseguenza.

Inquietanti sono, quindi, le parole di Gesù. Non si tratta solo di lasciare andare a Gesù i «piccoli»; occorre anche - e soprattutto - non impedire che questo accada. Quanto nel nostro vissuto personale ed ecclesiale quotidiano è di scandalo al punto tale da impedire che i «piccoli» possano accedere al Dio di Gesù? Infine, incontriamo una costante: il Dio di Gesù è un Dio gratuito. Gratuito ma non superfluo. La logica della gratuità dovrebbe mettere in discussione tutti gli schemi mentali e tutte le concrete strutture che trasmettono un'immagine di Dio nella linea del possesso, della conquista, del privilegio.

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