Copertina

Sulla soglia
dell'infinito

Sussidi liturgici

 

IL VANGELO DI MARCO (6)

[Indice]

 

UN INVITO A COMPRENDERE

LA VIA DELLA CROCE

 

La pagina della Trasfigurazione è un invito a comprendere quale Messia si rivela nella storia di Gesù. Ancoro una volgo i discepoli non comprendono. È in gioco il senso profondo della messianicità di Gesù

a cura di ARCANGELO BAGNI

 

Se ci soffermiamo su ciò che precede e su ciò che segue il testo preso in esame (Marco 9, 2-9), la prospettiva si fa più chiara. Il nostro testo, infatti, è collocato nel contesto degli «annunci della passione (8; 31-33; 9, 30-32; 10, 32-34); più precisamente: è collocato in una sezione (7,24-10,52) nella quale Gesù intensifica il suo insegnamento ai discepoli spesso soli e -a volte- assieme alla folla. Fino a questo momento i discepoli non hanno ancora detto nulla sull'identità di Gesù. Progressivamente Gesù si è dedicato alla formazione del piccolo gruppo che lo segue affinché esso sia in grado di comprendere la sua identità. E giunge così la domanda di Gesù: «E voi, chi dite che io sia?». Pietro afferma: «Tu sei il Cristo» (cioè il Messia). Tuttavia tra come Pietro intende il Messia e come Gesù intende vivere la sua messianicità non c'è identità di vedute; anzi, la distanza è abissale. Gesù afferma: Messia sì, ma attraverso la croce e la morte! Una prospettiva che, invece, Pietro non comprende, che rifiuta e che chiede a Gesù di abbandonare (Mc 8, 27-33).

 

PER LEGGERE IL TESTO

E proprio «sei giorni dopo» (v. 2) si colloca la rivelazione della trasfigurazione. La prospettiva: far comprendere a Pietro e ai suoi compagni la portata dell'insegnamento sull'identità del Messia glorioso attraverso la sofferenza. Questa prospettiva è chiaramente affermata nelle parole che precedono il nostro testo: l'invito, rivolto ai discepoli affinché, seguano il maestro e facciano propria la prospettiva del «portare la croce» per accedere alla salvezza.

Dopo la moltiplicazione dei pani (8, 1-11) diversi sono gli interrogativi e le attese che sorgono attorno a Gesù. Il «successo» della sua missione sembra essere a portata di mano, ma Gesù lo rifiuta. Marco descrive poi la guarigione del cieco di Betsaida (8, 22-26: una guarigione in due momenti, un arrivare alla luce in modo progressivo); poi, Pietro comincia a comprendere qualcosa dell'identità dì Gesù (8, 29). Egli, però, è in grado di cogliere solo un aspetto della persona di Gesù: non accetta, infatti, che Gesù -per realizzare la sua missione- debba seguire la via della croce. La risposta di Gesù è chiara: il Figlio dell'uomo «deve» seguire la via della croce; essa è pure la via del discepolo. Dopo aver parlato delle esigenze legate all'essere discepoli, Marco racconta l’episodio della Trasfigurazione.

 

LO SFONDO ANTICOTESTAMENTARIO

I sei giorni, l'alto monte (v 2) e la nube (v 7) possono richiamare il soggiorno di Mosè sul monte Sinai (Es 23, 15-16). A sua volta, la nube indica il segno della presenza di Dio (Es 40, 20; 19, 16); i sei giorni possono essere messi in rapporto con la festa giudaica delle Tende: la proposta di Pietro di «fare tre tende» assumerebbe così una precisa prospettiva: la convinzione che la pienezza messianica sia giunta.

Le vesti splendenti e candide (v.3) richiamano il tema della gloria (Es 34, 19; Dn 13, 3) che rimanda a Dio. Per questo si precisa che «nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così candide». Elia e Mosè (v 4) sono citati da Marco in questo ordine, diversamente da Matteo che preferisce «Mosè ed Elia»: ordine più logico per simbolizzare «la Legge e i Profeti», cioè le Scritture che Gesù porta a compimento. L'insistenza di Marco su Elia è una sottolineatura nella linea escatologica: la vicenda di Gesù ha a che fare con la «pienezza dei tempi» (si veda Mc 9, 11-12). La voce che esce dalla nube è la voce di Dio che manifesta la sua volontà (Dt 4, 12-13).

Alla luce di questi indizi, siamo in grado ci comprendere che il genere letterario del nostro testo è in funzione del messaggio che vuole trasmettere: un avvenimento-manifestazione che chiede di essere ascoltato e compreso. Infine, quanto è narrato, rimanda certamente ad un'esperienza vissuta da Gesù e dai discepoli. Come questa sia avvenuta non importa molto all'evangelista. Egli è attento a svelarcene il senso sia per Gesù sia per i discepoli.


TRASFIGURAZIONE
I TRE DISCEPOLI SONO LONTANI DALLA PROSPETTIVA DI GESÙ

UN ANTICIPO DI RISURREZIONE
NEL CAMMINO VERSO LA CROCE

I tre discepoli che salgono su un alto monte sono gli stessi che avevano accompagnato Gesù nell'episodio del «ritorno in vita» della figlia Giairo (Mc 5, 37); sempre essi si troveranno in disparte con Gesù al momento del Getzemani (Mc 14, 33). I tre momenti si richiamano. Nel primo caso, Gesù manifesta la sua potenza, sulla morte; nel Getsemani, egli rivelerà qual è la via che porta alla risurrezione (la via della croce); nella trasfigurazione, infine, al discepolo è concesso un anticipo, una conferma della validità della via della croce: essa, e solo essa, porta alla risurrezione.

Il comando che viene dalla voce («ascoltatelo!») è un invito rivolto al discepolo perché sappia cogliere nella strada della croce -nonostante le smentite- la via della risurrezione. Pietro, poco prima, aveva rifiutato la prospettiva della croce e si era scontrato con la parola di Gesù: «Il Figlio dell'uomo deve molto soffrire». Il discepolo fatica sempre a comprendere la via, la logica di vita di Gesù.

Anche Giacomo e Giovanni sono lontani dalla prospettiva di Gesù: dopo il terzo annuncio della passione, infatti, sognano di stare uno alla destra e l'altro alla sinistra nel Regno di Gesù (10, 35 ss). I discepoli non sono ancora in grado dì «ascoltare» e di discernere. È in questo contesto che la Trasfigurazione offre al discepolo come un anticipo di risurrezione, come un lampo che illumina intensamente la realtà illuminandola. Essa allora diventa una conferma data al discepolo in cammino: la via della croce, la via della solidarietà -sebbene smentita e apparentemente perdente- è la via che conduce alla risurrezione. Più profondamente: è la logica della resurrezione che crea la storia e la sottrae al potere della morte stessa.

 

L'INCOMPRENSIONE DEI DISCEPOLI

Pietro sembra non comprendere nemmeno questo anticipo. Egli vorrebbe rendere permanente quello che invece è dato come segno. Eccolo allora affermare: «Facciamo tre tende!». L'incomprensione del discepolo è profonda: essa svela il rifiuto di credere alla efficacia della strada percorsa da Gesù e, allo stesso tempo, il rifiuto di percorrerla sognando già la pienezza. Infatti, abitare «nelle tende eterne» avrebbe significato l'avvento del tempo definitivo, il termine del cammino dell'uomo, la pienezza raggiunta. L'evangelista Marco ci ricorda, invece, che i discepoli sono ancora in cammino e che ad essi non è concesso «fare tende» per contemplare una pienezza che sta oltre.

Al discepolo è concesso, quale conferma nel suo cammino, solo un anticipo. Questo basta! Il discepolo è invitato a comprendere che tutta la storia di Israele (Elia e Mosè) e la storia di Gesù (nel segno della via della croce) avranno un compimento.

Un compimento svelato al discepolo già ora nella storia. E questa illuminazione dovrebbe sorreggerlo nel suo cammino.

 

APPROFONDIMENTO

LA DEBOLEZZA DELLA «VIA DELLA CROCE»

La voce celeste che designa Gesù come Figlio diletto non si rivolge solo a Gesù; come al battesimo, ma ai tre discepoli che sono con lui. Alla rivelazione fa seguito un'esortazione: «Ascoltatelo!»: un invito a comprendere il senso della vita di Gesù che sta camminando verso Gerusalemme. La nube presto scompare e di nuovo si è ricondotti alla vita quotidiana. E; di nuovo, in cammino verso Gerusalemme.

Il credente deve riconoscersi come colui che è in cammino verso Gerusalemme. Un cammino segnato dalla logica del dono e dello spendersi, sempre e in qualsiasi modo. Così facendo sperimenterà la tentazione di ritenere che la via di Gesù è perdente, impotente, incapace di fare storia. La trasfigurazione illumina il cammino ma non dispensa dal camminare.

I credenti sono invitati a fare propria la pedagogia di Gesù. È normale che gli uomini scoprano il senso della sua esistenza progressivamente. È normale che gli uomini si pongano prima delle domande e cerchino poi le risposte. Ad una condizione: custodire dentro di sé la certezza che nasce dalla storia di Gesù. Una storia sotto il segno della debolezza e apparentemente perdente; una storia -invece- che porta alla gloria e che crea veramente la storia. Una storia che risponde a certe domande dell'uomo: Gesù è certamente il Messia, ma, allo stesso tempo, essa, ne propone altre: quale Messia è un Messia che muore crocifisso? Quale volto di Dio in questa storia crocifissa? Come essa interpella l'esistenza umana?

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