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Sulla soglia
dell'infinito

Sussidi liturgici

 

IL VANGELO DI MARCO (5)

[Indice]

 

UNA LIBERAZIONE

INVOCATA, PROPOSTA, MA NON IMPOSTA

 

L'intervento di Gesù richiama alla vita la figlioletta di Giairo. Una donna viene guarita. Nazaret rifiuta Gesù. E Gesù  «si meravigliava della loro incredulità». Eppure la «lieta notizia» si diffonde

a cura di ARCANGELO BAGNI

 

Riprendiamo il cammino di lettura del vangelo di Marco analizzando un'ampia sezione (5,21-6,6a): essa ci permette di seguire la narrazione di Marco e di cogliere i tratti che caratterizzano l'azione e la parola di Gesù. Parola ed azione intervengono per liberare una fanciulla dal potere della morte e per guarire una donna ammalata da molto tempo. Ciò provoca lo stupore in chi lo segue. A Nazaret Gesù sperimenta il rifiuto da parte degli abitanti di Nazaret.

 

AZIONE E PAROLA DI GESÙ 

Seguiamo la narrazione di Marco. Nella prima parte del testo (5,21‑43) il racconto è molto animato, vi compare per due volte la folla. La prima, sulla riva del lago; la seconda, nella casa dove è appena morta la figlia di Giairo. Nel primo caso la folla è corsa per ascoltare la parola di Gesù; nel secondo, appare incredula di fronte alle parole di Gesù: lo deride infatti perché ha detto: «La fanciulla non è morta, ma dorme».

La narrazione della guarigione dell'emorraissa è come incastonata nell'altro racconto, quello del ritorno in vita della figlia di Giairo: gli elementi anticipati in questo primo intervento di Gesù verranno specificati e approfonditi nel secondo. Accostiamo ora il testo. La figlia di Giairo ha dodici anni. Il capo della sinagoga va da Gesù e lo supplica: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita» (v 23). É la prima volta che un responsabile religioso si getta ai piedi di Gesù in un contesto pubblico. Fino ad ora le autorità religiose si sono mostrate sempre ostili nei confronti di Gesù (3,22).

La reazione di Gesù appare sobria e pronta: «Gesù andò con lui». Strada facendo, tra il lago e la casa, avviene un imprevisto. Una donna che soffriva di perdite di sangue da ormai dodici anni e che non aveva più alcuna speranza di guarire (nota il testo: «Aveva molto sofferto per opera di molti medici, sperperando tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando») vuole toccare anche solo il mantello di Gesù, nella certezza di poter essere guarita.

Se teniamo presente che la sua malattia la rende «impura», impossibilitata cioè ad essere a contatto con la gente, comprendiamo perché cerca di toccare Gesù «alle spalle», in mezzo a tanta gente: non aveva il coraggio di uscire apertamente di fronte a Gesù. Riesce a toccare il mantello di Gesù ed è guarita. A Gesù non sfugge quel gesto e risponde: «Figliola, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male». Per Gesù non ci sono «puri» e «impuri»: la sua azione di salvezza, di liberazione, rompe tutti gli schemi costruiti dagli uomini e raggiunge tutti quelli che hanno fede in lui.

 

UNA SPERANZA INTERROTTA  

Mentre Gesù sta parlando con la donna, arriva dalla casa di Giairo una notizia che sembra mettere fine alla speranza del padre: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il maestro?». Un malato può certamente essere guarito: questa era la certezza che aveva spinto Giairo ad andare da Gesù. Ora, sopraggiunta la morte, quale speranza si poteva avere in Gesù nella sua attività taumaturgica? Ancora una volta Gesù va oltre le attese e le speranze degli uomini. Rivolto a Giairo dice: «Non temere, continua solo ad avere fede». Il viaggio verso la casa continua, dunque. Giuntovi, Gesù si imbatte nella folla che sta celebrando la morte della ragazza. Di fronte alla reazione della folla («gente che piangeva e urlava») Gesù prende posizione: «La ragazza non è morta, ma dorme».

Ma le sue parole non hanno effetto sui presenti; questi, infatti, «lo deridevano». Gesù prende allora con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e i parenti della ragazza ed entra nella stanza dove giace la ragazza. I tre discepoli sono gli stessi che ritroveremo alla trasfigurazione (9,2) e nel momento dell'agonia di Gesù (14,33): questa presenza indica non solo che ci troviamo di fronte a un avvenimento importante; indica pure che quanto sta per accadere va letto e compreso alla luce degli altri due avvenimenti richiamati. Entrato, Gesù dice: «Ragazza, io ti dico: alzati!»; ella si alza e si mette a camminare. Infine il comando di Gesù: «raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo».


IL MOTIVO DELLO STUPORE
COME PUÒ VENIRE DA DIO QUESTO GESÙ CHE NOI CONOSCIAMO BENE?

IL RIFIUTO DEGLI ABITANTI DI NAZARET
E LA MERAVIGLIA DI GESÙ

Nei capitoli precedenti (soprattutto nella sezione che va da 1,1 a 3,6) l'evangelista ci ha presentato in scena Gesù, i suoi discepoli, le folle, gli avversari. Solo al capitolo terzo entrano in scena i parenti di Gesù; essi vanno da Lui per «prenderlo, poiché dicevano: è fuori di sé». I vari personaggi prendono così posizione. Le reazioni sono di timore (4,41), di ammirazione (5,20), stupore (5,43). Gesù ora si reca nella sua patria: come sarà accolto? Gli abitanti di Nazaret rimangono. «stupiti»; a sua volta Gesù «si meraviglia della loro incredulità». É interessante cogliere il perché dello stupore degli abitanti di Nazaret. Essi non contestano quanto Gesù ha fatto, i segni autorevoli da lui operati né le parole dette. L'incomprensione sembra avere una radice profonda: come può venire da Dio questo Gesù che noi conosciamo bene? É uno di noi - dice la gente - uno di cui conosciamo il passato, i parenti: uno così, come può essere il Messia? Lo scandalo sta qui: lo conosciamo bene!

Da una parte dunque le attese della gente (chi mai si sarebbe atteso un simile Messia? Come può il Messia vivere una vita come quella dell'uomo nella sua ordinarietà? La «potenza» di Dio non può rivelarsi nella fragilità della realtà umana!); dall'altra, la novità Gesù la cui portata sembra sfuggire alla gente.

Gesù; pur meravigliandosi della loro incredulità, comprende la reazione della gente. C'è tutta una tradizione, nella storia di Israele, che attesta un dato sconcertante: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». Le parole di Gesù richiamano l'affermazione dell'evangelista Giovanni: «É venuto nella sua casa ma i suoi non l'hanno accolto». La risposta di Gesù attesta che non è facile comprendere la sua vicenda. E lo scandalo degli abitanti di Nazaret è pure lo scandalo che tanti di noi provano: l'incapacità di comprendere un Gesù davvero uomo. Ma è proprio questa paura a rivelarci, ancora una volta, la necessità di convertirci circa l'idea che ci siamo fatti di Dio, della sua salvezza e del suo modo di essere presente nella storia degli uomini. Non per nulla nella storia della riflessione cristiana una delle maggiori tentazioni è stata proprio quella di ridurre la portata dell'incarnazione come «rivelazione della gloria di Dio».

Da ultimo merita attenzione l'annotazione di Marco: «Non poté lì operare nessun prodigio». La proposta di Gesù ha bisogno della libera risposta dell'uomo per diventare fruttuosa. Ma è pure vero che Gesù, seppure rifiutato, non rinuncia a porre dei segni: «Ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì». È la costante di Gesù: il Dio a cui Egli si richiama è un Dio che ama gli ultimi, che sta dalla parte degli emarginati. E, seppure rifiutato, non rinuncia a porre segni di speranza. Così deve essere del discepolo e della comunità.

 

APPROFONDIMENTO

UNA FEDE IN CRESCENDO

Il tema della fede in Gesù accomuna i due racconti. Ma la narrazione rivela anche un crescendo. Si passa, infatti, dalla «prima» fede di Giairo e dall'atteggiamento guaritore di Gesù e dall'atteggiamento dell'emorraissa (un insieme di superstizione e di fede) alla fede totale di Giairo che - seguendo Gesù - crede nella possibilità di risvegliare chi è «nel sonno» della morte, passando così ad una fede matura. Il discepolo è invitato a comprendere che la potenza liberatrice di Gesù non ha confini. Perché la sua liberazione possa attuarsi è necessaria la fede dell'uomo.

I quattro miracoli di Gesù (la tempesta sedata, la guarigione di un indemoniato, della donna e della figlia di Giairo) sono presentati da Marco come accaduti nella stessa «giornata delle parabole» (4,35). C'è dunque un legame tra le parabole e i gesti compiuti da Gesù. Le parabole nascondevano un segreto, una logica da comprendere. Così è anche dei gesti di Gesù. Essi dicono qualcosa della sua identità. Ma questa sarà compresa nella sua pienezza e nel giusto modo solo sulla croce: lì si potrà cogliere, senza alcun equivoco, quale Messia è Gesù di Nazaret. Un messia che vince la morte accettandola su di sé. Fino alla croce l'azione di Gesù può essere equivocata: c'è sempre il rischio di confondere Gesù con un taumaturgo po­tente e nulla più. Ecco perché, dopo avere riconsegnato la figlia ai genitori, Gesù «raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo».

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