I SEGNI ESSENZIALI DELLA QUARESIMA

 

Come per gli altri tempi liturgici, è utile rileggere i segni essenziali della Quaresima, perché -così si prega nella liturgiai cristiani possano ottenere il perdono dei peccati e una vita rinnovata a immagine del Signore che risorge.

 

1. I quaranta giorni

 

Il primo segno da interpretare è proprio quello numerico che, come è noto, assume nella tradizione biblica una valenza rilevante. I “quaranta giorni” appartengono al genere delle esperienze sacramentali, cioè quelle che vengono proposte dalla rivelazione divina. In questo specifico caso, si fa riferimento al tempo del deserto.

In altri termini, questo periodo, che si fa iniziare con il rito delle ceneri, viene affidato alla Chiesa perché sappia rileggere, nel segno dei quaranta giorni, la volontà di Dio, che si traduce in una comunione più profonda con il suo popolo, attraverso la verifica del proprio agire. Non è una casualità che la prima domenica presenti sempre l’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto, per predisporre i credenti allo spirito di rinuncia, senza il quale non si possono operare le scelte: tutto rimarrebbe come prima.

Certo, bisogna possedere un termine di confronto, per arrivare a saper scegliere. Questo è offerto dal Lezionario, che ogni anno, almeno nella sua scansione domenicale, presenta un iter ben definito per il popolo cristiano.

Quest’anno, in particolare, nella prima domenica viene presentato il racconto delle tentazioni di Gesù secondo Matteo: le scelte drammatiche che egli ha dovuto compiere gli costeranno la vita, perché le “potenze” da lui sfidate si rivolteranno contro di lui fino ad annientarlo.

Nella seconda domenica, nell’episodio della trasfigurazione, Gesù assicura gli amici più intimi che non li trascina in una avventura senza sbocco, anche se per giungere alla meta la via è lunga e passa inevitabilmente attraverso la croce.

Le altre tre domeniche sono caratterizzate dalla vera e propria catechesi battesimale per i catecumeni o per i cristiani, richiamati al sacramento che fonda e orienta tutta la loro esistenza.

Nella terza la samaritana esce rinnovata dall’incontro-dialogo con il Signore, tanto da diventarne annunciatrice ai suoi concittadini e figura del credente-battezzato che ha accolto il dono di Dio.

Nella quarta l’uomo cieco dalla nascita è il protagonista di un’azione con cui Gesù proclama concretamente di essere la luce del mondo, aprendo gli occhi della fede a quanti si accostano a lui, così da divenire “illuminati”.

Nella quinta Lazzaro che esce dal sepolcro, richiamato alla vita dalla parola potente del Signore, costituisce la terza figura battesimale, perché, con quel gesto, Gesù proclama se stesso “risurrezione e vita” per quanti credono in lui.

Insomma, i quaranta giorni evidenziano una dimensione tipicamente battesimale, quella della lotta contro il male.

Ne deriva la visione di un periodo fortemente connotato da questa volontà di chiarezza, che traluce dal continuo confronto con la Parola. La vita è essenzialmente dono, ma si fa conquista, se si sanno porre scelte opportune.

 

2. Le ceneri

 

L’«austero simbolo delle ceneri», come viene definito dal dettato liturgico, motiva la prospettiva di fondo dell’esistenza. Questa, stando all’esperienza biblica, è fondamentalmente polvere, come proclama una delle formule con cui viene imposto il segno: “Ricordati che sei polvere, e in polvere tornerai” (cfr Gen 3, 19). Ci si rifà ai primordi della storia umana, che vengono richiamati in maniera quasi dirompente. Eppure è utile che l’uomo prenda “visione” della sua identità più profonda. Il segno in sé potrebbe, pertanto, apparire come un macabro rituale, con cui ribadire un crudo realismo. Ma con quale speranza?

Questa viene richiamata da un altro riferimento alla tradizione biblica, allorché ci si cosparge di cenere o ci si siede sopra (cfr Gn 3, 6), per esprimere la propria volontà di convertirsi.

Vi corrisponde, infatti, l’altra formula di imposizione, nella liturgia iniziale della Quaresima, che si riannoda, stavolta, alla tradizione neotestamentaria ed esattamente ai primordi della predicazione di Gesù: “Convertitevi, e credete al Vangelo” (Mc 1, 15). Un imperativo alquanto eloquente, agli inizi di questo periodo, che imprime alla fragilità della vita e alla sua brevità, richiamata appunto dalla polvere, il significato ultimo per cui merita di essere pienamente accolta: lasciarsi trasformare dalla Parola di Dio, che è anzitutto il Cristo.

È lui che, nel corso dei quaranta giorni, aprirà prospettive inedite, per cui l’esistenza merita di essere trascorsa nel migliore dei modi, senza trascurarne la fugacità.

Il segno posto all’inizio risulta, perciò, una specie di campanello d’allarme, perché ci si accorga e ci si verifichi circa questa esigenza, che costituisce il connotato essenziale della vita del credente.

Pure questo aspetto più positivo/costruttivo è indubbiamente surclassato da quanti si accontentano sempre dell’ordinarietà, dello status quo. Ma la Pasqua è primavera dello spirito!

 

3. Il digiuno e le opere di carità

 

È un altro segno tipico della temperie quaresimale, richiamato già dai primi vagiti mediante il brano del profeta Gioele: “Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti” (Gl 2, 12). Perché non venga assimilato a una pratica dietetica, oggi alquanto diffusa a causa degli eccessi di cibo, si deve assolutamente interrogare la tradizione biblica, che non manca di ricchezza anche a questo proposito. A cominciare dalla diatriba sulla pratica stessa del digiuno, da attuarsi o meno quando è presente lo sposo divino (cfr Mt 9, 14-15).

La motivazione ultima è, quindi, cristologica, non solo perché il Signore stesso ha digiunato (cfr Mt 4,  2), ma  anche perché, come  lui,  l’uomo deve esercitare la  propria capacità nell’acquisire e nell’utilizzare il cibo e qualsiasi altro bene. Il digiuno, in pratica, non diviene occasione di schiavitù oppressiva, ma esercizio della propria libertà, relativa sia al tempo che alle cose.

Molte esperienze tipicamente cristiane, quali la stessa domenica, vengono “oscurate” o tralasciate, perché l’uomo è servo di se stesso, non ha tempo, o si lascia attrarre da falsi miraggi. Non ha tempo né per l’Altro, né per gli altri.

L’apertura verso di loro, attuata attraverso la condivisione che, nella prospettiva originaria, è l’ideale punto di arrivo di ogni comunità cristiana (cfr At 4, 32-34), imprime alla pratica del digiuno un irrinunciabile valore sociale e comunitario. In questo senso il digiuno dei cristiani deve diventare un segno concreto di comunione con chi soffre la fame, e una forma di condivisione e di aiuto con chi si sforza di costruire una vita sociale più giusta e umana.

 

4. La preghiera

 

Due i connotati irrinunciabili al riguardo: anzitutto la segretezza, sia in rispondenza all’agire di un Padre che vede e ricompensa nel segreto (cfr Mt 6, 4), sia in contrapposizione all’ipocrisia di coloro che amano pregare per essere visti dagli uomini (cfr Mt 6, 5).

Il segno della preghiera diventa, quindi, la capacità non di assecondare esclusivamente le proprie necessità o interessi privati, insistendo presso Dio quasi per obbligarlo all’esaudimento, ma di assimilare la sua volontà, che diventa apertura agli altri.

La  Quaresima  diventa,  perciò,  un’ulteriore  occasione  propizia  per  verificare  sia  la  presenza dell’orazione nella vita quotidiana delle persone, sia la sua configurazione concreta, che eviti il più possibile certe alterazioni degli ambienti ecclesiali. Insomma, deve diventare una vera scuola, una disciplina quotidiana, che scaturisce dalla fiducia nel Signore e da una rinnovata presa di coscienza della sua paternità, espressa in molteplici attualizzazioni.

Ciò non significa affatto ricercare chissà quali pratiche da aggiungere ulteriormente al già abbondante bagaglio quotidiano, ma curare molto la qualità, mediante la profondità.

In conclusione, una rilettura dei segni fondamentali della Quaresima indirizza i credenti verso una tappa significativa della loro esistenza, qual è la celebrazione annuale della Pasqua, considerata non tanto a livello di mera ritualità, quanto di esperienza trasformante.

Allora, questo tempo di rinnovamento spirituale, che Dio ha consegnato ai suoi figli, li inserisce sempre più nelle vicende di questo mondo perché, assidui nella preghiera e nella carità operosa, attingano ai misteri della redenzione la pienezza della vita nuova in Cristo (cfr Prefazio I e II di Quaresima).

È come dire che, nell’intreccio dell’essere, “la nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri. Solo così essa è veramente speranza anche per me. Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza? Allora avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale” (Benedetto XVI, Spe salvi, n. 48).