PERCORSO DI QUARESIMA

Quaresima tempo di penitenza

 

LA QUARESIMA NELLA GIOIA DELLA PASQUA

 

La quaresima inizia con digiuno, preghiera, il rito delle ceneri e l’invito alla conversione, il Miserere: pietà, per i peccati. In un contesto così austero ci si può interrogare se il tempo penitenziale lasci spazio per la felicità, la beatitudine, la festa.

È possibile che il digiuno sia segno di gioia? Una prima risposta viene dalla seguente considerazione: più che di una privazione si tratta della partecipazione a qualcosa di grande, la solidarietà. Il digiuno quaresimale non è fine a se tesso: è sempre unito alla elemosina – segno di misericordia, éleos – che significa prendersi cura dell’altro, farsi carico di lui, ed è in vista della condivisione. Inoltre, la gioia proviene dalla certezza che la quaresima è orientata alla pasqua, la vera meta; e ogni domenica è pasqua settimanale! È gioia di fronte a Dio, gioia del vangelo, delle scoperte e delle esperienze di vangelo e di umanità, gioia dell’incontro. Felicità e gioia non vivono per se stesse, ma sono il frutto di qualcosa che le genera. Allora anche la fatica di uscire dal male diventa gioia, come ogni lotta per un bene; un impegno, che fa sudare e affatica, dà soddisfazione, perché genera un mondo nuovo, crea un cuore nuovo (Salmo 51,12).

Per questo, alla fine delle tentazioni Gesù viene servito dagli angeli (Matteo 4,11; Marco 1,12) e, dopo l’agonia o lotta del Getsemani, un angelo lo consola ed egli può alzarsi deciso per iniziare la sua testimonianza di servo di Dio innocente che dà la vita e converte coloro che incontra (Luca 22,43-44).

Allora la morte diventa gesto di pacificazione, un atto vitale: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito» (Luca 22,43-46). L’ultimo respiro è il dono dello Spirito santo a tutta l’umanità, un’umanità che può assumere il respiro di Cristo come il ladrone che a lui si affida. In questa linea vivrà il suo martirio santo Stefano, che fa eco a Gesù nell’ultimo suo respiro (Atti 7,59). Il suo martirio diventa slancio di annuncio evangelico, prolungamento della voce di Gesù, lieto messaggio per i poveri, gli oppressi e i prigionieri, che nessuno può spegnere neppure con la tortura e il disprezzo.

A questo proposito, in un tempo in cui i linguaggi si smarriscono, bisogna non scambiare il martirio con il sacrificio. Stefano non subisce, ma consegna con libertà la sua vita, per amore, come Gesù, come il Servo del Signore nel profeta Isaia.

Il martirio segna la trasparenza della vita cristiana. La fede biblica non vuole il sacrificio, anzi spesso da esso prende le distanze o si esprime contro. Lo ripete Gesù: «Andate a imparare cosa vuol dire: voglio la misericordia e non il sacrificio» (Matteo 9,13; 12,7), la misericordia, amore fedele e libero. Gesù così fa eco alle parole dei profeti Osea (6,6) e Samuele (1Samuele 15,22).

Sarebbe perciò auspicabile e più corretto, anche se il tema del sacrificio è presente nella messa, che nelle parole della consacrazione, piuttosto che «offerto in sacrificio», si dicesse: «Consegnato per voi». Evidenzia il dono, fatto in libertà.

 

LA RICERCA DELLA GIOIA

 

Un caso concreto di ricerca della gioia è offerto da Qohelet o Ecclesiaste, un libro biblico geniale e complesso, che viene letto poco, quasi niente, nella liturgia della chiesa. Sarebbe adatto al tempo di quaresima perché evidenzia il limite umano, ma il suo messaggio centrale resta, secondo alcuni autori, proprio l’invito alla gioia nominata ben sette volte: 2,24-25; 3,12-13; 3,22; 5,17-19; 8,15; 9,7-9; 11,9-12,1. L’autore esorta e distingue.

Qohelet ricorda che la gioia cercata in se stessa, perseguita dall’uomo dedito solo al piacere per dimenticare la sua disperazione, è fallimentare. Si tratta di una vita senza impegno. È la ricerca di se stesso.

Qohelet condanna questa gioia come hebel, soffio, vanità, realtà inconsistente destinata presto a scomparire. Questo accade all’inizio: «Del riso ho detto: “Follia”. E della gioia: “A che giova?”» (2,1-2). L’uomo infatti non ha potere sulla gioia. E vedendo i fallimenti dei suoi tentativi (vino, donne, la ricerca della stessa sapienza), comincia a odiare la vita.

Tuttavia, Qohelet ritiene possibile la gioia. È vera quando scaturisce dalla coscienza della presenza di Dio ed è frutto del proprio impegno. La gioia non è relegata alla giovinezza, come potrebbe apparire in 11,9: «Godi, giovane, nella tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi». Infatti il saggio afferma: «Anche se l’uomo vive molti anni, se li goda tutti» (11,8).

Essa pervade tutta la vita, sa fare i conti con il dolore e lo star bene, il successo e la sconfitta, se l’uomo pone la sua esistenza davanti a Dio: «Non nell’uomo ha origine la felicità quando egli mangia o beve e alla sua anima mostra il bene nelle sue fatiche. Invece io stesso ho visto che ciò proviene dalle mani di Dio» (2,24). È dunque dono di Dio.

Qui potremo iscrivere la fonte di quella che chiamiamo “beatitudine”, nel senso di una vita riuscita ed equilibrata. In questo modo, nel giorno lieto si deve stare allegri e nel giorno amaro si impara a riflettere. L’uomo saggio si allena ad accettare gli inevitabili tempi del nascere e del morire, della malattia e della guarigione, a vivere con gioia e distacco.

Infatti Qohelet è sempre alla ricerca di ciò che è bene nella vita di un uomo. Consiste nel saper gustare la vita come dono di Dio e non come conquista della pura opera umana, nel ricavare soddisfazione dal proprio lavoro, nell’operare il bene, lasciandosi guidare dal timore o rispetto per Dio, cioè ricordandosi di lui (12,1), percependo la sua realtà e presenza, non ponendo la felicità in un progetto di vita che risulta fragile senza Dio. Qui è il segreto della gioia, la beatitudine che viene dalle mani di Dio.

 

LA LITURGIA

 

In questa linea possiamo leggere l’azione educativa del percorso quaresimale. Esso traccia sin dall’inizio (prima domenica) il cammino verso la pasqua senza illusioni: ricorda le tentazioni. Ma aiuta a viverlo con speranza, rivelando il valore benefico e gioioso delle scelte. Invita ad aprire gli occhi per discernere ciò che è bene e male, senza lasciarci trascinare da ciò che avvelena la vita (Genesi 2,7-9; 3,1-7).

La confessione del peccato è finalizzata alla creazione di un cuore nuovo e di uno spirito fedele, santo e generoso (Salmo 51). In tal modo Dio non è colto attraverso simboli e segni esteriori, compiendo riti, segni, cerimonie, processioni a cui siamo abituati, rimanendovi spesso estranei, ma è percepito nell’intimo della coscienza. Così tutta la nostra persona si rende disponibile a lui. E la consapevolezza del peccato è controbilanciata dalla «giustificazione, che dà vita» e avviene per mezzo dell’obbedienza di Cristo (Romani

5,12-19). Così, se anche Cristo è tentato come ogni persona, in lui e con la guida dello Spirito la vittoria è possibile. Alla base percepiamo sempre un annuncio di salvezza.

La quaresima offre il segno di una umanità liberata e libera. Perciò in grado di gustare la vita.

La seconda domenica pone la gioia non solo nella trasfigurazione di Gesù, ma anche nel “vattene” indirizzato ad Abramo (Genesi 12,1-3). È la decisione, il “taglio” dalla propria terra, che diventa benedizione per tutti, ed è ritrovamento di sé, della propria identità («va’ a te»); è uscita che determina il proprio bene («va’ per te»), come leggono gli ebrei.

È lo sguardo del credente, che spera e confida nell’amore del Signore, che libera dalla morte e nutre in tempo di fame e protegge nelle difficoltà (Salmo 32/33). È la consapevolezza di una chiamata che non viene mai meno, perché fondata non sui meriti ma sulla grazia, su un atto gratuito (2 Timoteo 1,8-10). È il volto di un Dio che continua a parlare a ciascuno: diventa ascolto e dialogo fiducioso, anche se talvolta non riusciamo a capirne bene il contenuto (Matteo 17,1-9).

La terza domenica inizia un itinerario tipicamente battesimale. L’ascolto della Parola è al centro: «Ascoltate oggi la sua voce!» (Salmo 94/95; Esodo 17). La Parola rivela la volontà di Dio e il suo volto: è un Dio che ci interpella nel presente, nella nostra situazione, qualunque sia. L’ascolto genera la fede e la fede ci rende giusti e ci pone in pace con Dio (Romani 5).

Ne consegue la coscienza che l’amore di Dio è riversato nei nostri cuori, perciò ci guida a pensare e agire come Gesù. E consola il fatto che Dio ci ama anche se siamo peccatori, perché restiamo figli. Si tratta di una chiamata, cioè un’offerta, una proposta, che ci precede e ci accompagna, talora ci tormenta e inquieta, ma porta effetti benefici, come il dialogo e le domande tra Gesù e la samaritana, che trasformano una donna umanamente alla deriva nella prima annunciatrice del vangelo (Giovanni 4).

La quarta domenica può all’inizio inquietare: Dio “vede il cuore” (2 Samuele 16, Salmo 139). Non possiamo sottrarci al suo sguardo. Ma è l’unico sguardo che guarisce e salva. Allora la fede inizia dall’affidarci a lui, dal lasciarci ungere, cioè consacrare, che significa entrare in relazione con lui, dal lasciarci da lui illuminare per capire ciò che gli è gradito, la sua volontà (Efesini 5,9), e iniziare a rispondere. Là sarà la nostra liberazione: la gioia! Il salmo 23 ci offre l’immagine del Dio pastore e ospite: guida e soprattutto fa festa con il calice ricolmo, il profumo sulla testa e il quotidiano accompagnamento fatto di bontà e lealtà.

In questo modo, come il cieco nato, anche noi passiamo dall’essere guardati da Gesù al vedere lui, a scoprirlo e credere in lui con fede autentica, generosa, testimoniante (Giovanni 9).

La quinta domenica, dominata dalla risurrezione di Lazzaro (Giovanni 11), gioca su due registri opposti: morte e vita, che si riflettono nella carne, la presunzione di salvaci per le nostre qualità, e nello spirito, che esalta la grazia e mette in moto ogni risurrezione. Il Salmo 130/129 oppone le profondità mortali del peccato e la liberazione dalle colpe: l’uomo oppresso dal male grida e attende da Dio una parola che guarisca. Egli sa infatti che Dio è accompagnato da tre qualità; con lui sono perdono, misericordia, redenzione. A Dio interessa la nostra libertà.

Allora la redenzione, il riscatto scende dal cielo, da Dio verso l’uomo, per liberarlo. La libertà è il grande dono che Cristo offre scendendo sulla terra per condividere la nostra vita e renderci davvero umani.

Era anche l’attesa di Lutero come risposta ai suoi interrogativi e alle sue ansie. Resta il nostro desiderio e possibilità in forza dell’amore gratuito, la grazia di Cristo che si adira e lotta contro la morte e la vince.