Mercoledì 27 Settembre 2017

 

Lettura della seconda lettera di san Pietro apostolo.

Carissimi, gli iniqui, irragionevoli e istintivi, nati per essere presi e uccisi, bestemmiando quello che ignorano, andranno in perdizione per la loro condotta immorale, subendo il castigo della loro iniquità. Essi stimano felicità darsi ai bagordi in pieno giorno; scandalosi e vergognosi, godono dei loro inganni mentre fanno festa con voi, hanno gli occhi pieni di desideri disonesti e, insaziabili nel peccato, adescano le persone instabili, hanno il cuore assuefatto alla cupidigia, figli di maledizione! Abbandonata la retta via, si sono smarriti seguendo la via di Balaam figlio di Bosor, al quale piacevano ingiusti guadagni, ma per la sua malvagità fu punito: un’asina, sebbene muta, parlando con voce umana si oppose alla follia del profeta. Costoro sono come sorgenti senz’acqua e come nuvole agitate dalla tempesta, e a loro è riservata l’oscurità delle tenebre. Con discorsi arroganti e vuoti e mediante sfrenate passioni carnali adescano quelli che da poco si sono allontanati da chi vive nell’errore. Promettono loro libertà, mentre sono essi stessi schiavi della corruzione. L’uomo infatti è schiavo di ciò che lo domina.

Se infatti, dopo essere sfuggiti alle corruzioni del mondo per mezzo della conoscenza del nostro Signore e salvatore Gesù Cristo, rimangono di nuovo in esse invischiati e vinti, la loro ultima condizione è divenuta peggiore della prima. Meglio sarebbe stato per loro non aver mai conosciuto la via della giustizia, piuttosto che, dopo averla conosciuta, voltare le spalle al santo comandamento che era stato loro trasmesso. Si è verificato per loro il proverbio:

«Il cane è tornato al suo vomito

e la scrofa lavata è tornata a rotolarsi nel fango».

 

Lettura del Vangelo secondo Luca.

In quel tempo. Mentre stavano ad ascoltare queste cose, il Signore Gesù disse ancora una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro. Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato. Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”. Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”. Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”».

 

«Affida al Signore la tua via, confida in lui ed egli agirà»: è davvero un grande segreto di serenità e di pace interiore. Certo, è un dono di Dio e beato chi l'ha ricevuto quasi senza saperlo, forse dall'ambiente familiare profondamente cristiano, o per la consuetudine con una persona cara: una nonna per esempio, o un amico credente. Ma, come tutti i doni, anche naturali, non basta tenerlo da parte come un tesoro: lo si conosce sempre più profondamente e se ne gode usandolo. Tanto più che la vita ci riserba spesso delle sorprese che rischiano di sconcertarci, in cui tutte le nostre risorse di esperienza, capacità e intelligenza sono sopraffatte. A scuola e all'università ci si può trovare con compagni o addirittura con insegnanti di mentalità e costumi ben diversi da quelli ricevuti dalla nostra cerchia familiare o diocesana. Non parliamo degli ambienti di lavoro, dove spesso pullulano più o meno palesemente invidie, arrivismi, favoritismi e «interessi» di vario genere. Come navigare e giungere in porto sani e salvi? In altre parole, come conservarsi fedeli alla propria fede - anzi, dandone coraggiosa testimonianza - onesti e «puri da questo secolo», in modo da poter riconsegnare raddoppiata al nostro Signore, quando tornerà per chiedercene conto, la moneta d'oro che ci aveva affidato, o almeno con gli interessi delle opere buone praticate? È infatti questa la «banca» alla quale il padrone voleva che il suo servo fedele affidasse l'unica sua moneta, affinché, nonostante la propria incapacità a farla fruttificare, avesse potuto almeno ritirarla con gli interessi prodotti da sé! Ora, la banca è la carità, l'amore sincero verso Dio e verso il prossimo, espresso non con semplici parole e bei sentimenti, ma col dono continuo di sé, che non «giudica» nessuno - tanto meno Dio! - ma è sempre pronto ad aiutare, scusare, perdonare ogni fratello. La nostra vera banca poi, sono i poveri, che ci renderanno il cento per uno nella vita eterna. Ricordiamocelo!