Giovedì 14 settembre 2017

Esaltazione della santa Croce

 

Numeri 2,4b-9

In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto?». Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’israeliti morì. Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.

 

Giovanni 3,13-17

Gesù disse: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

 

In questo vangelo si percepisce la vera essenza di Dio, un Dio che è amore allo stato puro. Dio Padre, infatti, ci ha tanto amato da offrire la cosa più preziosa che possiede, il proprio figlio, per salvarci. Questa è la novità della legge dell’amore. Non più una punizione, non una condanna, ma un dono d’amore, la legge più importante che permea tutto il vangelo. Lo leggiamo negli atteggiamenti e nelle parole di Gesù e lo chiede anche a noi cristiani. A ciascuno viene domandato di offrirsi per amore, di spendersi, di sprecarsi per gli altri. Tutto questo rovescia le nostre logiche di guadagno, di vantaggio personale, di fare le cose solo se c’è un tornaconto. Qui l’amore è qualcosa che si offre, si dona senza calcolo, speranza o volontà che esso ci ritorni indietro. L’amore è spreco in questo senso, ma non è mai sprecato, nemmeno quando sembra che il nostro offrirci non venga ricambiato in ugual misura o quando non lo percepiamo.

Non credo che la scelta di Dio, da padre, sia stata semplice. Offrire il proprio figlio al supplizio lo avrà lasciato pieno di sofferenza e di dubbi. Sapere poi cosa il futuro avrebbe riservato a Gesù gli avrà posto una sola domanda: ne vale la pena? Io, molto umanamente, mi immagino un Dio che si pone questo interrogativo, ma che per amore nostro accetta di rischiare tutto per noi e con noi.

 

È una morte così assurda quella sulla croce. E oggi è proprio la festa dell’esaltazione della croce, una croce non più simbolo di morte, ma che diventa emblema dell’amore puro e della vita che fiorisce. La croce, e con lei il crocifisso, è il centro della fede cristiana: come in un grande abbraccio, è il modo di Dio di farsi vicino all’uomo, di farsi uno di noi. Oggi ci ricordiamo che l’uomo più grande è stato anche il più fragile, il più maltrattato, il più acciaccato e ferito nel corpo e nel cuore. La fragilità di Gesù sulla croce è diventata simbolo di tutte le nostre croci, di tutte le nostre vite che vorremmo infrangibili, ma che non lo sono. La fragilità di Gesù è diventata trasparenza di un animo a cui noi tutti abbiamo potuto guardare con libertà e stupore. È divenuta profumo donato e non sprecato per il nostro olfatto che mai aveva annusato una fragranza così pura. È diventata un canto che i nostri orecchi non avevano mai ascoltato prima: non un canto triste, ma una canzone allegra e vivace che ci fa venire voglia di ballare. Ha riempito la nostra bocca di una freschezza nuova che mai avevamo provato. È una fragilità da coccolare e di cui aver cura, come quando prendiamo in braccio un bambino appena nato.

 

Mi sono ritrovata in questi mesi a vivere una piccola croce personale: un incidente con conseguente operazione, tanta paura e lunga riabilitazione per tornare a fare le piccole cose di ogni giorno, vestirmi e lavarmi da sola, mangiare, guidare, sollevare le cose. E mai come in questi mesi la mia croce mi è sembrata così pesante, così dolorosa da portare. La strada non è ancora finita, ma pian piano ho cominciato a guardarmi intorno e capire che anche questo tempo impegnativo non è stato solo dolore, sia fisico che psicologico. Non è stato tutto solo male. Ho avuto modo di conoscere persone nuove, di vivere esperienze diverse da quelle a cui mi ero abituata. Ho scambiato chiacchiere, confidenze, storie e soprattutto pensieri molto profondi con persone che mai avrei immaginato di incrociare sul mio cammino. E ho capito che la mia croce, la mia piccolissima croce è anche occasione di vita, di crescita e di amore perché mi ha permesso di fermarmi, di riposarmi, di pensare a questioni importanti, di pregare e di chiamare le cose con il loro nome. La croce non è solo dolore, ma ci permette di innalzarci verso altezze che mai avremmo sperato di raggiungere e verso cieli azzurri che mai avremmo immaginato di poter osservare da vicino. La croce ci permette di vedere le cose da una distanza diversa, la giusta distanza, provando a dare un nome a tutto ciò che fa parte della nostra vita. La croce è una possibilità per abbracciare la terra e ogni persona. Non è un percorso semplice, ma credo che a ognuno di noi sia richiesto almeno di provarci.