VENERDÌ 6 OTTOBRE
Settimana della V domenica dopo il Martirio di san Giovanni il Precursore • Anno I

Prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo.
Paolo, apostolo di Cristo Gesù per comando di Dio nostro salvatore e di Cristo Gesù nostra speranza, a Timòteo, vero figlio mio nella fede: grazia, misericordia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù Signore nostro.
Partendo per la Macedonia, ti raccomandai di rimanere a Èfeso perché tu ordinassi a taluni di non insegnare dottrine diverse e di non aderire a favole e a genealogie interminabili, le quali sono più adatte a vane discussioni che non al disegno di Dio, che si attua nella fede. Lo scopo del comando è però la carità, che nasce da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera. Deviando da questa linea, alcuni si sono perduti in discorsi senza senso, pretendendo di essere dottori della Legge, mentre non capiscono né quello che dicono né ciò di cui sono tanto sicuri.
Noi sappiamo che la Legge è buona, purché se ne faccia un uso legittimo, nella convinzione che la Legge non è fatta per il giusto, ma per gli iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccatori, per i sacrìleghi e i profanatori, per i parricidi e i matricidi, per gli assassini, i fornicatori, i sodomiti, i mercanti di uomini, i bugiardi, gli spergiuri e per ogni altra cosa contraria alla sana dottrina, secondo il vangelo della gloria del beato Dio, che mi è stato affidato.

Lettura del Vangelo secondo Luca.
In quel tempo. Mentre tutto il popolo ascoltava, il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Guardatevi dagli scribi, che vogliono passeggiare in lunghe vesti e si compiacciono di essere salutati nelle piazze, di avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti; divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

«Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato», dice il Signore. Egli infatti conosce i pensieri dell'uomo: non sono che un soffio! Per questo, Paolo raccomanda a Timòteo di rimanere a Efeso per confutare taluni che diffondono dottrine perverse aderendo a «favole e genealogie interminabili, più adatte a vane discussioni che al disegno di Dio che si attua nella fede». Quei tali invece si sono perduti in discorsi senza senso perché, allontanatisi dal precetto del Signore, sono diventati così pieni di sé da pretendere nel loro orgoglio di essere dottori della Legge, mentre neppure capiscono quello di cui parlano con tanta sicurezza. Paolo però, mentre esplicitamente raccomanda a Timòteo di ordinar loro che smettano una tale condotta, spiega che «scopo del comando è la carità, la quale nasce da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera». Non quindi un giudizio severo di condanna verso il fratello che sbaglia - e che alla fine dovrà rendere conto solo a Dio se non vuole riconoscerlo - ma una chiara sollecitudine per le altre pecore del gregge, perché non vengano contaminate dai loro errori e deviate dai loro discorsi insensati. Beato l'uomo che viene istruito dal Signore, il quale gli insegna la sua legge e non lo abbandona mai, dandogli riposo anche nei giorni di sventura: egli allora sperimenta, pur nella prova, che «Dio è il suo baluardo, la sua roccia e il suo rifugio»; e che quando «il suo piede vacilla, la fedeltà del Signore lo sostiene». Per chi si fida del Signore infatti, e cerca sinceramente di «camminare» alla sua presenza, la tentazione non piomba mai al di sopra delle sue forze, perché «sua forza» è Gesù che vive in lui e trionfa nell'umiltà del suo servo. Perciò san Paolo, a proposito della propria «spina nella carne», afferma di gloriarsi volentieri della propria infermità affinché abiti in lui la forza di Cristo!