GIOVEDÌ 5 OTTOBRE
Settimana della V domenica dopo il Martirio di san Giovanni il Precursore • Anno I

Lettera di san Paolo apostolo a Filèmone.
Carissimo, pur avendo in Cristo piena libertà di ordinarti ciò che è opportuno, in nome della carità piuttosto ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene, lui, che un giorno ti fu inutile, ma che ora è utile a te e a me. Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore.
Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo. Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario. Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore.
Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso. E se in qualche cosa ti ha offeso o ti è debitore, metti tutto sul mio conto. Io, Paolo, lo scrivo di mio pugno: pagherò io. Per non dirti che anche tu mi sei debitore, e proprio di te stesso! Sì, fratello! Che io possa ottenere questo favore nel Signore; da’ questo sollievo al mio cuore, in Cristo!
Ti ho scritto fiducioso nella tua docilità, sapendo che farai anche più di quanto ti chiedo. Al tempo stesso preparami un alloggio, perché, grazie alle vostre preghiere, spero di essere restituito a voi.
Ti saluta Èpafra, mio compagno di prigionia in Cristo Gesù, insieme con Marco, Aristarco, Dema e Luca, miei collaboratori.
La grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro spirito.

Lettura del Vangelo secondo Luca.
In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai Giudei: «Come mai si dice che il Cristo è figlio di Davide, se Davide stesso nel libro dei Salmi dice:
Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra
finché io ponga i tuoi nemici
come sgabello dei tuoi piedi?
Davide dunque lo chiama Signore; perciò, come può essere suo figlio?».

Questa lettera di Paolo «vecchio e ora anche prigioniero di Cristo Gesù», al «carissimo» Filèmone, in favore del «figlio mio Onesimo, che ho generato nelle catene», è un autentico capolavoro di carità, anzi di vera tenerezza paterna permeata di umiltà, unita a una finissima delicatezza e sapienza soprannaturale, che gli fa chiedere una decisione giusta, profondamente conforme allo spirito di Cristo; ma che, in pari tempo, non deve assolutamente sapere di costrizione, ma essere pienamente libera, perché «Dio ama chi dona con gioia». Con questo biglietto autografo, consegnato allo stesso Onesimo, schiavo di Filèmone e come lui convertito da Paolo, questi avverte l'amico del ritorno del fuggiasco pentito, che egli avrebbe voluto trattenere accanto a sé per essere assistito «al posto suo», ora che è in catene per il Vangelo, ma non ha voluto far nulla senza il suo parere «perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario». Quanta delicata attenzione alla piena libertà dell'altro! Proprio come fa lo Spirito del Signore che, pur desiderando la nostra conversione, aspetta con una pazienza infinita che ci decidiamo davvero, sussurrandoci però continuamente in fondo al cuore il suo invito, come un soffio di vita che non ci abbandona mai. Paolo non si accontenta, però, di chiedere come un piacere personale che lo schiavo fuggitivo sia riaccolto, ma lo giustifica adducendo una probabile permissione del Signore: «Per questo forse è stato separato da te per un momento, perché tu lo riavessi per sempre, non più come schiavo, ma come fratello carissimo... per me e ancor più per te, come uomo e fratello nel Signore». E non gli basta ancora; si fa lui stesso garante di qualunque debito di Onesimo nei confronti del padrone: «Metti tutto sul mio conto. lo, Paolo, ti scrivo di mio pugno: pagherò io. Sì, fratello, da' questo sollievo al mio cuore fiducioso, sapendo che farai anche più di quanto ti chiedo». Questo era lo spirito che animava i primi cristiani. E noi?