Domenica 1 ottobre 2017

Ventiseiesima del tempo ordinario

 

Ezechiele 18,25-28

Voi dite: «Non è retto il modo di agire del Signore». Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà.

 

Filippesi 2,1-11

Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

 

Matteo 21,28-32

Gesù disse: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

 

«Chiama sempre all’ora dei pasti!». «Beh, ovvio: in ufficio papà non risponde». «Per fortuna! Meglio che certe telefonate non le senta nessuno». Ha interrotto il pranzo, ma riesce a sedersi a tavola e, piano piano, riprende a mangiare. L’abbiamo sentito rispondere a monosillabi: esitante, disarmato, arreso. Nel corso degli anni queste telefonate l’hanno via via spazientito, irritato, offeso, infuriato. Lo sappiamo tutti: tensioni, malumori e incomprensioni tra parenti guastano il sangue. E la sua Parola è qui, scolpita: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna».

 

Anche oggi, Signore, mi mandi a lavorare nella tua vigna. Se la tua vigna è la mia comunità parrocchiale, ci vado. Se è la scuola dove insegno, ci vado. Se è il mondo dove incontro chi aspetta il mio aiuto, ci vado. Se sono i nostri parenti, Signore, ci vado. Tu lo sai. E sai pure quanti errori ho fatto e quanto sono maldestra nel trattare con i miei parenti. Con quelli di mio marito chissà se me la cavo meglio: ogni volta che se ne presenta l’occasione ci riprovo. Forse perché c’è Antonello accanto a me. Insieme ci riproviamo, lo sai. Con umiltà e simpatia. Portavamo con noi la gioia del nostro essere sposi amati da te, succede sempre quando incontriamo le nostre famiglie d’origine, e offrivamo amicizia e allegria. Riconosco che quella domenica li abbiamo spiazzati, ma si sono lasciati coinvolgere. È accaduto alla festa di battesimo di un pronipote, nella sala del centro parrocchiale, abbiamo proposto una partita a calcetto per stemperare la tensione, per non costringerci a cercare parole. Li abbiamo invitati, ci hanno seguiti, abbiamo giocato. Davvero Signore ho pensato di aver lavorato nella tua vigna come un piccolo giullare che invita al sorriso, come un facilitatore, come un operaio silenzioso. Dopo anni di lontananza, se si escludono le telefonate, ci siamo ritrovati a pochi centimetri gli uni dagli altri. È anche questa la tua vigna, Signore? Io penso proprio di sì.

 

«Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna». Dopo qualche settimana arriva una telefonata, tempi e modi si ripetono. Ci riversa addosso solo banale cattiveria. «Era tutto orchestrato per allontanarci dal gruppo dei convitati», dice. «Vi siete prestati a questo sporco gioco per escluderci dalla cerchia di parenti e conoscenti». Antonello ascolta e non fiata. Quando posa il telefono è stordito. Ho l’impressione che un cortocircuito emotivo prima e cerebrale poi gli impedisca di comprendere cosa sia accaduto. «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna». Piano piano, Signore, scopro che lavorare nella tua vigna significa anche imparare ad accettare la mia pochezza e il mio fallimento e riconoscermi piccola, povera e inutile. Significa anche imparare ad alzare lo sguardo dalle umane miserie e guardare a te, fidarmi di te, invocare il tuo nome e la tua presenza. Significa non dimenticare che tu sempre e per primo lavori nella tua vigna e l’invito a seguirti che mi riservi è il luogo della tua provvidenza e della tua predilezione per questa mia vita.